Camomille mood

Bene, oggi sono di buon umore e - cosa alquanto mirabolante- la fonte di questa bottata di ottimismo è proprio lei, la scuola, che tanto insulto e che tanto mi delude, che anche stamattina, per strada, ho avuto modo di criticare. Solo in momenti di apatica lucidità riesco a trovare qualcosa che davvero apprezzo tra quelle quattro mura grigie*, qualcosa che suona molto come laboratorio teatrale. Mi rilassa e mi tiene vigile, stimola la creatività e dà spazio alle singole voci. Individuali. Non come il resto che vuole appiattire tutti dietro l’etichetta di “classe” o di “istituto”, o peggio ancora, dietro l’immagine di un insegnante. Il gruppo di teatro è una piccola oasi felice, distaccato dalla filosofia che regola l’istituzione scolastica.
Indossiamo sì vestiti neri, neutri, in modo da risultare uguali esteriormente, ma la veste che ci accomuna non è altro che un faro puntato sulla nostra interiorità, intesa anche – e soprattutto - come individualità. La divisa è un amplificatore che fa risuonare le voci di ciascuno all’interno di un coro (co)ordinato. L’aspetto esteriore, del resto, fa parte dell’etichetta, serve isolare ciò che c’è sotto. I capi neri che portiamo sanno chi c’è al loro interno: ripetutamente abbiamo urlato i nostri nomi – per conoscere gli altri, per capire se stessi, per dire “ci sono anche io” senza paura di farci sentire – finchè le fibre dei tessuti non hanno assorbito qualche goccia della nostra personalità.
Neri, ma in modo diverso. Portiamo, abbiamo, farci. Noi. Già, cosa dire della compagnia di quest’anno? Inaspettatamente dilatata rispetto ai numeri degli anni precedenti: le new entries sono quasi tante quante le vecchie facce. È un bene, ne sono veramente contenta; poi parecchi mi sembrano validi, potenzialmente duraturi in un laboratorio così. Spero solo che non si stufino presto e continuino.
 
Poi cosa mi dà la scuola di cui essere felice? Mi impegna, in vario modo, e mi fornisce spunti. Dire che ciò mi rende felice forse non è appropriato; sarebbe un tralasciare i vari momenti di disappunto e le lamentele per i compiti inutili. Però mi tiene impegnata, il che è un ottimo sedativo per combattere la depressione-da-ozio. Gli amanti del divano ed i cultori della ginnastica del pollice forse non comprenderanno ciò; io, invece, non capisco loro, non mi capacito di come i cuscinotti del sofà non incutano loro la voglia matta di farla finita. “Morto per asfissia: suicidatosi con un cuscino” una di quelle morti ingloriose su cui giornali e telegiornali ricamerebbero per giorni, attirando l’attenzione di un’audience sempre più interessata alle disgrazie degli altri.  Ok,, mettiamo da parte le fantasie apocalittiche. La noia rimane una tortura bestiale e il divano uno strumento deleterio. Poi ci sono situazione opposte, ma l’abbondanza è sempre accolta con il sorriso. A volta, infatti, la scuola tiene fin troppo impegnata… come stasera. Teoricamente avrei ancora da vedermi un po’ di cose (e per cose voglio dire capitoli), ma ormai il dado è tratto: è tardi e voglio prendermi un po’ di tempo per me, perché anche scrivere e lasciare fluire le parole in modo spontaneo e disordinato mi rilassa. Proprio come laboratorio teatrale.
Autoraccontarsi è un gioco utile, comincia tutto dal gridare il proprio nome.
Arianna.
 
*Ndr: non è retorico, il mio liceo è veramente “ricoperto” da mattonelle grigie, uso cesso. Forse l’ho già scritto in qualche vecchio post, ma a questo proposito una precisazione è sempre opportuna.

Digitato da Daphne89
martedì, 30 ottobre 2007 alle 00:10
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Ein Schritt zuruck - 2

Tutto è volato via, liscio, fluido. Apprezzato: i commenti sembravano sinceri, come del resto erano le espressioni degli spettatori, colte furtivamente durante la rappresentazione. In fin dei conti anche io sono stata soddisfatta.
Ed è un parolone a pensare a come mi sentivo ieri. Non che fossi agitata o particolarmente sconvolta. Tutt’altro, non sentivo l’avvicinarsi del debutto e la cosa mi riempiva di un gran senso di vuoto. No, non pensavo di parlare di soddisfazione, non dopo la riflessione di ieri pomeriggio. Quest’anno il lavoro non è stato molto sentito: partecipazione abbastanza saltuaria, poco entusiasmo infuso dall’alto.
Alla fine, fortunatamente, ci pensa l’attesa in camerino ad incollare il gruppo: si sta tutti lì, stipati, aspettando lo stesso segnale per salire sul palcoscenico. Sono quei momenti trascorsi insieme che zuccherano la performance: si combatte per un ideale comune, si racconta una storia per un sentimento condiviso.
Forse, prima di toccare con mano il prodotto finale, temevamo di presentare qualcosa di scontato, banale, trito e ritrito. Per questo non ci credevamo molto. Lo scorso anno era stata messa in scena una cosa totalmente diversa: un continuo ed incalzante ribaltamento di scena, coadiuvato da opportuni cambi di luci. Stavolta c'eravamo noi, le nostre divise, le valigie, le scarpe vecchie, un garofano e poco altro. Nessun effetto scenico, salvo la proiezione di un video ripreso ad Auschwitz-Birkenau.
Nemmeno dietro le quinte il cuore palpitava. Entriamo: ancora nessuna emozione. Prima sequenza: fissiamo il pubblico, poi ci schieriamo di spalle. Ein schritt zuruck, un passo indietro. E cadiamo tutti, come fucilati. Mi accascio sopra la mia valigia, cado con la faccia a terra, ho il petto schiacciato contro la borsa. Lo spettacolo prosegue con la scena del processo, io sto ancora a terra. Sento qualcosa risvegliarsi, cominciare a pulsare più forte, sento l’adrenalina che mi corre in corpo: il cuore batte, batte fortissimo, ho finalmente ingranato la marcia necessaria. Comincio a percepire il clima giusto, forse la rappresentazione non sarà del tutto vuota. Protège-moi, le immagini dei campi di sterminio, la storia di una vita privata della musica, l'accatastamento dei corpi...
Tutto è volato via, liscio, fluido, senza il tempo di ragionare troppo sui testi e sui movimenti. E’ stato un lampo, ma ce lo siamo goduto. Ci siamo lasciati trasportare aggrappandoci ad un’emozione.

Il pubblico si era aggrappato anch’esso, ci ha seguiti, impeccabile, senza muovere ciglio finchè l’ultimo carillon non ha smesso di suonare.

Alessia, Alessio, Arianna, Chiara,  Eleonora,
Elisa, Laura, Maria, Maria Grazia,
Melissa, Monica, Sario, Veronica


L’esibizione di quella sera fu un successo:
applausi, contenuti e sobri, e forse anche qualche lacrima.
La sinfonia continuerà ora che siamo un'orchestra.
Continuerà.
 
 
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Digitato da Daphne89
mercoledì, 09 maggio 2007 alle 23:22
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Ein Schritt zuruck

Accorrete gente, accorrete! 

Quest'intervento ha tremendamente del déjà-vu: il 5 maggio dello scorso anno, infatti, mi apprestavo a vivere Beat. Stesso invito, scritto in Old English se non erro. Stavolta però è il turno di Ein Schritt zuruck: mi auguro che ne esca fuori una cosa piacevole.
Domani sarà una giornata molto intensa: prove a teatro più ritiro spirituale pre-debutto con la squadra. Inoltre in programma c'è un succulento pranzo a base di kebab (tanto per inaugurare il nuovo locale) e  (follie)^3 per seguire il cammino intrapreso oggi. Quale migliore pubblicità di un tour per i corridoi della scuola, in piena ricreazione, abbigliati con i panni di scena? Quattro pazzarielle di nero vestite dovrebbero aver attirato l'attenzione più delle locandine. Nonostante la scuola sia stata tappezzata con le suddette, rimango comunque del'avviso che la popolazione studentesca non ami particolarmente prendersi due secondi per leggere ciò che le passa sotto il naso. Il colpo d'occhio è più immediato. La faccia l'ho persa da tempo [Si citino a tal proposito il pigiama party a scuola e la carnevalata del febbraio 2006]. Ormai non mi scompongo più di tanto per via di commenti poco lusinghieri tipo "Dove cactus vanno vestite così?" o di occhiate oblique. Per prima cosa, chi si permette di dire ciò si specchiasse un attimo: la divisa del laboratorio teatrale è più sobria ed elegante delle varie felpe stellate che di questi tempi si sono impossessate dei corpi dei teenager italiani. In secondo luogo... prima di pronunciarsi, venissero a vedere il nostro spettacolo, breve ma tutto fatto in casa.

Dopo quest'ulteriore pubblicità, dopo quest'ulteriore intervento vuoto, mi accingo a preparare le cose necessarie per domani, evitando di chiudere l'intervento con l'ennesima postilla apologetica.

Accorrete gente, accorrete!

Digitato da Daphne89
lunedì, 07 maggio 2007 alle 22:51
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