Scalza, con la camicia da notte

Sveglia, è ora. Via da qui, con un ascensore: tutto di fretta, non c'è tempo per fare le valigie quando stai andando sulla Luna.
La Luna sta al centesimo piano. Dalla grande gabbia di cristallo la vedi farsi sempre più grande e tonda. Tu la guardi con gli occhi sognanti di un bambino e tendi le mani verso l'alto per cogliere la sua luce di latte.
Gli indicatori dei piani si illuminano uno dopo l'altro.
Trenta.
Ci siamo quasi; chissà quante persone ci saranno, quante cose vedrai. Chissà quanto sarai libera di far balzare i tuoi pensieri. La Gravità che sulla terra ti tiene ancorata al suolo, lassù sarà distratta e tutto sarà più lieve.
Quarantasette.
Sarà tutto più lieve sulla luna, su quella bolla di latte che pende nei cieli più romantici, come una sfera magica che custodisce i segreti dell'avvenire.
Cinquantasei.
L'ascensore non fa tappa: è solo per te che non hai avuto un minuto per prendere i tuoi effetti personali. Sei stata svegliata dal tuo sonno e, senza il tempo di realizzare che una camicia da notte sarebbe stata rigida, ti sei ritrovata a rimirare la Luna attraverso una parete di cristallo.
Settantotto.
L'ascensore sale. Sei scalza e con la camicia da notte, ma questo non ha importanza perchè tra poco i tuoi piedi cammineranno su un suolo nuovo. Non ci sarà la Gravità, ti rendi conto? Non ti sentirai più schiacciata lassù, sulla Luna, e guarderai la terra dall'alto del centesimo piano.
Ottantaquattro.
Le trame di cristallo brillano ancora di più sotto la luce di latte. Il bottone del piano 97 si illumina, pronta ad allunare? Ti allacci l'ultimo bottone della camicia da notte: il momento è storico e tu sei scalza. Almeno il colletto lo vuoi sistemare.
Novantanove.
Il processo sembra essere irreversibile, la decina sta per scattare e tu sarai sulla Luna. Immaginata talmente tante volte ed ora prossima a diventare realtà. Così bianca, così lattea, così luminosa: ti ha riempito il cuore quando eri sola e tu hai affidato a lei i tuoi momenti più inquieti. Lei ti ha carezzato mentre dormivi, dandoti quel poco di sogno che bastava per farti passare il mal di pancia.
Le porte della grande gabbia di cristallo vengono squarciate da un'ondata di candore accecante. Quando riapri gli occhi, è un alito freddo a dare il benvenuto al tuo sguardo.
Fuori è un deserto di ghiaccio: i crateri sono distese bianche. La Gravità è distratta, ma si ricorda di far scendere i fiocchi di neve verso il basso. C'è gente, troppa, che fa rumore. Credevi di aver trovato la luna, invece è una nuova Antartide.
E sei scalza, e con la camicia da notte.
 
[Non è un sogno fresco di nottata, ma poco conta] 
 

Digitato da Daphne89
venerdì, 30 novembre 2007 alle 21:47
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Notte senza eclissi
Box: sogni

Scappare,
scappare dalla notte
che non ci regala la luna,
scappare per un strada buia
resa scivolosa dalla pioggia,
scappare a piedi scalzi,
con un vestito che non ci appartiene
e con il cuore in gola.
Risvegliarsi
in un posto nuovo,
caldo ed ovattato,
guardando la città illuminata dal sole
che ha gettato via ogni remora di cacciare le nuvole.
*
Risvegliarsi ancora, stavolta nel proprio letto.
 

Digitato da Daphne89
domenica, 04 marzo 2007 alle 20:15
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Looking at my three year old self

L'altalena andava su e giù, movimentando la quiete della grigia città con il suo cigolio. Vi era seduta una bambina, dallo sguardo limpido e dall'aspetto sereno, che indossava una camiciola leggera. L'aria le sferzava il volto, illuminando il sorriso innocente.

Osservavo quella creatura ed un'amara dolcezza mi riempiva l'anima. 

Poi la piccola scese dall'altalena, lasciandola oscillare, per correre incontro ad una sua coetanea,  da poco sopraggiunta. La bambina abbracciava l'altra, felice, senza falsità: una manifestazione d'affetto sincera, nessuna inutile parola accessoria; nonostante muta, quella scena emanava un messaggio così forte e commuovente, in grado di saturare la desolazione che regnava intorno. L'altalena aveva smesso di gemere: si sentiva solo un singhiozzo in lontananza.

Ed io ero lì, presente, e più guardavo quella scena, più avevo voglia di piangere.

Digitato da Daphne89
martedì, 28 novembre 2006 alle 23:20
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Tu che lingua parli?

In pochi giorni ho girato mezzo mondo, tutti viaggi avvenuti tra le 7 e le 7.30 di mattina, ovvero quel deltaT che intercorre tra i due suoni della sveglia. Il Canada, il Texas, il college situato in quell'arcipelago sperduto non sono stati che un piccolo assaggio. Martedì mattina sono in Polonia, e precisamente in un campo di pallavolo, come durante quella storica partita che vide noi italiane sprovvedute vincere due set a zero contro la delegazione polacca.

Non so come, ma poi mi ritrovo in un pulmino, di turisti provenienti da diverse nazioni -per lo più ragazzini di colore, presumibilmente americani- diretti in Italia. Approfittando della destinazione comune, scrocco il passaggio. A bordo intavolo conversazioni con gli altri, ovviamente in inglese. Per quanto mi sforzi di parlare correttamente la lingua di Elisabetta II, quelli non comprendono: anche stavolta, come nel caso di Kim, i miei interlocutori sembrano preferire l'italiano. Giunti in Italia, l'autobus fa tappa a Venezia. Tutti spiattellano il naso contro i finestrini per vedere San Marco; io, però, non intravedo un bel niente perché l'improvvisa intromissione di compagni di classe (e da dove escono fuori questi?) mi copre la visuale. In seguito il pullman fa rotta verso la punta dello stivale.

 

Ma gli spostamenti non finiscono qui. Giovedì mattina sogno di leggere, a casa di Elisabetta, un opuscolo raffigurante la Kaba, importato direttamente dall'Arabia dalla nonna della mia amica. Repentinamente, con i miei si decide di andare a dare un'occhiata in quella parte di mondo che non conosciamo affatto. 

Il vizio di partire senza preavviso devo dire che ce l'abbiamo: è una prerogativa della mia famiglia. Tuttavia, salvo slanci inattesi, non penso che visiterò presto quelle zone: non nutro una gran simpatia nei confronti del Medio Oriente. Né, stando alla situazione attuale,  reputo che sia una meta adatta per una tranquilla e pacifica vacanza autunnale.

Giusto il tempo di saltare una siepe (?? Non è una metafora) e ci troviamo a La Mecca. Scavalco una fila di islamici con tuniche e turbanti, seduti con le gambe incrociate vicino alla moschea. Ora che ci penso sembravano più Induisti che seguaci della dottrina di Maometto; neppure il luogo sembra arabo: somiglia vagamente a Campo dei Miracoli (??), con la piccola differenza che al posto del duomo si erge quella che dovrebbe essere una moschea. Nessun minareto nei dintorni. Il colore ed i decori dell'edificio (coerenti all'ambientazione del sogno) cozzano in maniera pazzesca con la facciata romanica. Entriamo dentro, dove non mi obbligano a indossare nessun velo o togliere le scarpe: ci sono alcuni fedeli, vestiti all’occidentale, seduti comodamente su banchi di legno orientati verso piccoli altari attaccati al muro. Sulle pareti della "navata" sono appesi arazzi e le colonne sono avvolte con tessuti di pregio. Raramente mi capita di avere percezioni tattili così forti nei sogni: quella stoffa era più liscia della seta. La visita continua e realizzo che, lateralmente, ci sono molte cappelline dove i devoti accendono candele (a chi? Non lo so proprio a questo punto!). Una volta fuori, indovinate chi incontro?? Elisabetta e la famiglia! Parliamo un po' e, congedandoci, ci diamo appuntamento per il sabato seguente in una discoteca di Sharm El Sheikh (anche in Egitto??). La storia termina così: la sveglia decide di buttarmi giù dal letto. Ricordo solo che alla fine dicevo di dover incontrare qualcuno, il sabato sera.



Daphne si trasferisce nuovamente a casa di Cassandra.
Dopo questo assurdo minestrone di città, stili architettonici, idiomi, culture e religioni, mi giunge la notizia di un possibile gemellaggio con studenti degli States, uno scambio di tre giorni, lampo, come la puntata in Québec, e con ragazzi americani, come quelli incontrati nel sogno sull'autobus di ritorno dalla Polonia (dove, ricordiamolo, sono stata lo scorso anno grazie ad una simile opportunità). Si tratterebbe di mettere in pratica le mie conoscenze in modo da comunicare, in modo da farmi capire.
Nei sogni però nessuno comprende la lingua che utilizzo e, nonostante mi impegni nel costruire discorsi sensati, sembra che gli altri si aspettino sempre suoni differenti.

Così continuo a viaggiare,
alla ricerca di qualcuno che parli la mia stessa lingua.

E la Realtà non si discosta poi tanto da quello che vivo durante il Sonno.

 

 

Mancano esattamente 5 mesi al mio diciottesimo compleanno, una settimana al giorno in cui la mia bocca sarà finalmente libera da ferraglie, 24 ore alla festa della Scuola.

E domani è sabato e si balla, anche se lo Ztl non è  una discoteca egiziana.

Digitato da Daphne89
sabato, 25 novembre 2006 alle 07:55
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NoStop

Stanotte, o meglio, stamattina poco prima di svegliarmi ho fatto un sogno strano. Non sono nuova del mestiere, anzi, in materia di "sogni strani" avrei da scrivere fino a far lamentare il pager del blog.
Avevo deciso di andare a trovare la mia corrispondente canadese, che, tra l'altro, non sento da molto tempo. Così prendo il primo volo buono per Quebec city. Non avevo avvisato la ragazza, né tantomeno preparato uno straccio di valigia in previsione di fermarmi in Canada per una settimana. Ero partita con appena una felpa legata in vita.
In un'ora (!!!) arrivo a destinazione e ritrovo facilmente il domicilio della tipa. La vedo e mi avvicino; lei, all'inizio, colta di sorpresa, non mi riconosce, ma appena comincio a parlare in italiano capisce tutto. Si continua a parlare, rigorosamente nella mia lingua, come se fosse la cosa più scontata di questo mondo, come se fossimo amiche sul serio e non solo e-pals. Poi mi rendo conto che non ho una maglia pesante, non ho nemmeno un pigiama (che dettaglio!)! Così, altrettanto repentinamente, decido di tornare a casa: mi congedo da Kim (che forse era anche contenta di non avermi più tra i piedi), e ripercorro a ritroso la strada. Lo scenario esterno non somigliava affatto ad una metropoli: quattro case a margine di una palude, un aeroporto periferico. E la sera sono di nuovo in patria.
Il sogno continua a riprese: stavolta sono in macchina con i miei, sotto il sole texano. Dobbiamo coprire una distanza enorme in un intervallo di tempo limitato. Mio padre preme sul pedale dell'acceleratore e ci immettiamo in una larghissima autostrada americana. Molti altri automobilisti sfrecciano parallelamente a noi, impegnati nella stessa traversata coast to coast, nella stessa sfida contro il tempo.
Mi sveglio, spengo la sveglia e mi riaddormento di nuovo.
Ora mi trovo in una specie di collegio, situato in un arcipelago sperduto. Alloggio in un palazzo dai numerosi piani, ma la scuola che frequento con i miei amici si trova in un'altra isola, raggiungibile mediante un aereo-navetta. E volo, e corro per le scale, l'ascensore mi porta su e giù, poi scappo, mi trasferisco...

Digitato da Daphne89
giovedì, 09 novembre 2006 alle 19:42
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