venerdì, 30 novembre 2007 alle 21:47
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L'altalena andava su e giù, movimentando la quiete della grigia città con il suo cigolio. Vi era seduta una bambina, dallo sguardo limpido e dall'aspetto sereno, che indossava una camiciola leggera. L'aria le sferzava il volto, illuminando il sorriso innocente.
Osservavo quella creatura ed un'amara dolcezza mi riempiva l'anima.
Poi la piccola scese dall'altalena, lasciandola oscillare, per correre incontro ad una sua coetanea, da poco sopraggiunta. La bambina abbracciava l'altra, felice, senza falsità: una manifestazione d'affetto sincera, nessuna inutile parola accessoria; nonostante muta, quella scena emanava un messaggio così forte e commuovente, in grado di saturare la desolazione che regnava intorno. L'altalena aveva smesso di gemere: si sentiva solo un singhiozzo in lontananza.
Ed io ero lì, presente, e più guardavo quella scena, più avevo voglia di piangere.
In pochi giorni ho girato mezzo mondo, tutti viaggi avvenuti tra le 7 e le 7.30 di mattina, ovvero quel deltaT che intercorre tra i due suoni della sveglia. Il Canada, il Texas, il college situato in quell'arcipelago sperduto non sono stati che un piccolo assaggio. Martedì mattina sono in Polonia, e precisamente in un campo di pallavolo, come durante quella storica partita che vide noi italiane sprovvedute vincere due set a zero contro la delegazione polacca.
Non so come, ma poi mi ritrovo in un pulmino, di turisti provenienti da diverse nazioni -per lo più ragazzini di colore, presumibilmente americani- diretti in Italia. Approfittando della destinazione comune, scrocco il passaggio. A bordo intavolo conversazioni con gli altri, ovviamente in inglese. Per quanto mi sforzi di parlare correttamente la lingua di Elisabetta II, quelli non comprendono: anche stavolta, come nel caso di Kim, i miei interlocutori sembrano preferire l'italiano. Giunti in Italia, l'autobus fa tappa a Venezia. Tutti spiattellano il naso contro i finestrini per vedere San Marco; io, però, non intravedo un bel niente perché l'improvvisa intromissione di compagni di classe (e da dove escono fuori questi?) mi copre la visuale. In seguito il pullman fa rotta verso la punta dello stivale.
Ma gli spostamenti non finiscono qui. Giovedì mattina sogno di leggere, a casa di Elisabetta, un opuscolo raffigurante
Il vizio di partire senza preavviso devo dire che ce l'abbiamo: è una prerogativa della mia famiglia. Tuttavia, salvo slanci inattesi, non penso che visiterò presto quelle zone: non nutro una gran simpatia nei confronti del Medio Oriente. Né, stando alla situazione attuale, reputo che sia una meta adatta per una tranquilla e pacifica vacanza autunnale.
Giusto il tempo di saltare una siepe (?? Non è una metafora) e ci troviamo a
Daphne si trasferisce nuovamente a casa di Cassandra.
Dopo questo assurdo minestrone di città, stili architettonici, idiomi, culture e religioni, mi giunge la notizia di un possibile gemellaggio con studenti degli States, uno scambio di tre giorni, lampo, come la puntata in Québec, e con ragazzi americani, come quelli incontrati nel sogno sull'autobus di ritorno dalla Polonia (dove, ricordiamolo, sono stata lo scorso anno grazie ad una simile opportunità). Si tratterebbe di mettere in pratica le mie conoscenze in modo da comunicare, in modo da farmi capire.
Nei sogni però nessuno comprende la lingua che utilizzo e, nonostante mi impegni nel costruire discorsi sensati, sembra che gli altri si aspettino sempre suoni differenti.
Così continuo a viaggiare,
alla ricerca di qualcuno che parli la mia stessa lingua.
E
Mancano esattamente 5 mesi al mio diciottesimo compleanno, una settimana al giorno in cui la mia bocca sarà finalmente libera da ferraglie, 24 ore alla festa della Scuola.
E domani è sabato e si balla, anche se lo Ztl non è una discoteca egiziana.
Stanotte, o meglio, stamattina poco prima di svegliarmi ho fatto un sogno strano. Non sono nuova del mestiere, anzi, in materia di "sogni strani" avrei da scrivere fino a far lamentare il pager del blog.
Avevo deciso di andare a trovare la mia corrispondente canadese, che, tra l'altro, non sento da molto tempo. Così prendo il primo volo buono per Quebec city. Non avevo avvisato la ragazza, né tantomeno preparato uno straccio di valigia in previsione di fermarmi in Canada per una settimana. Ero partita con appena una felpa legata in vita.
In un'ora (!!!) arrivo a destinazione e ritrovo facilmente il domicilio della tipa. La vedo e mi avvicino; lei, all'inizio, colta di sorpresa, non mi riconosce, ma appena comincio a parlare in italiano capisce tutto. Si continua a parlare, rigorosamente nella mia lingua, come se fosse la cosa più scontata di questo mondo, come se fossimo amiche sul serio e non solo e-pals. Poi mi rendo conto che non ho una maglia pesante, non ho nemmeno un pigiama (che dettaglio!)! Così, altrettanto repentinamente, decido di tornare a casa: mi congedo da Kim (che forse era anche contenta di non avermi più tra i piedi), e ripercorro a ritroso la strada. Lo scenario esterno non somigliava affatto ad una metropoli: quattro case a margine di una palude, un aeroporto periferico. E la sera sono di nuovo in patria.
Il sogno continua a riprese: stavolta sono in macchina con i miei, sotto il sole texano. Dobbiamo coprire una distanza enorme in un intervallo di tempo limitato. Mio padre preme sul pedale dell'acceleratore e ci immettiamo in una larghissima autostrada americana. Molti altri automobilisti sfrecciano parallelamente a noi, impegnati nella stessa traversata coast to coast, nella stessa sfida contro il tempo.
Mi sveglio, spengo la sveglia e mi riaddormento di nuovo.
Ora mi trovo in una specie di collegio, situato in un arcipelago sperduto. Alloggio in un palazzo dai numerosi piani, ma la scuola che frequento con i miei amici si trova in un'altra isola, raggiungibile mediante un aereo-navetta. E volo, e corro per le scale, l'ascensore mi porta su e giù, poi scappo, mi trasferisco...