Quando il gioco si fa duro

Siamo giunti: è l'ora di scrivere la fine dell'opera.
Ma soprattutto, è ora di SCRIVERE!

 

Digitato da Daphne89
martedì, 17 giugno 2008 alle 23:56
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Pagine conclusive

Dire che la storia è finita, non è giusto: ho elementi per credere che i capitoli più appassionanti – ed insieme pietosi – dovremo ancora scriverli. Stabilire se sarà un piacere o meno leggerli, beh, è un’altra questione. La carta sta per finire e questo pone un grosso limite al nostro romanzo: siamo costretti a buttar giù le ultime battute in fretta, i fogli rimasti sono quelli che sono. Prima sembravano così bianchi ed inutili, tutti quanti ammassati su noi. Ne abbiamo imbrattato uno alla volta, ora di verde, ora di blu, per lo più di grigio; adesso ce li portiamo dietro nella borsa. Le pagine bianche da compilare pretendono attenzione: basta fissarsi sui fogli sporchi di rosso
 Gli ultimi 100 metri da correre in tutta velocità: quando sei piccolo e ti insegnano a sembrare un atleta, il primo precetto è “non guardare mai cosa accade nelle altre corsie”. Seguirò, dunque, anche ora – anche ora che atleta non sono proprio – le due strisce bianche che mi guideranno fino al traguardo. Senza sforare. Senza che altri invadano il mio spazio: chiedo comprensione, rispetto. Chiedo un sorso di novità: è tanto? E' troppo?
 La settimana scorsa non ho pianto, ma non ho neppure esultato. L’indifferenza, però, mi ha riempito di malinconia. L’indifferenza mia, quella degli altri, quella delle mattonelle. Forse è sbagliato vivere alla ricerca dello straordinario: la normalità appare sempre piatta. E quello non era un sorriso: era una smorfia rituale.  E quello che hai detto veniva dal cuore? In quel contesto io non sarei stata capace di dire cose che non fossero frasi fatte, banali e gratuite dal mio punto di vista. Sono rimasta zitta, stendendo un velo di correttore su tanti piani fantasiosi che mi ero fatta nei mesi passati. La realtà è piuttosto un sogno mal disegnato che mi è suonato dentro come una sveglia, in una meravigliosa notte di quasi-luna-piena di cui non era affatto degno. 

Digitato da Daphne89
lunedì, 16 giugno 2008 alle 23:56
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La stiamo perdendo

Stasera lascio perdere i soliti discorsi sui massimi sistemi, non tanto per l’ora, quanto perchè non posso  venirmene qui ogni morte di Papa a raccontarmi attraverso figure vaghe. Lascio perdere i soliti sproloqui per fare un breve resoconto di quello che sta accadendo qua intorno. Poco poetico, poco fantasioso, ma necessario. Mese di svolta? Mese di svolta, sì, in positivo per di più. Sembra che quella sensazione opprimente che mi portavo dietro dai primi di dicembre si sia dissolta nell’aria, oppure è stata mascherata sapientemente. In fondo, un trucco, definitivo o meno, c’è sempre.
 
Il mio vicolo ha cambiato abito: è stato scorticato del catrame di prima, scavato, operato nei suoi condotti e tubi, riempito di nuovo con la terra e ricoperto di cemento. Adesso manca solo la pavimentazione: finalmente avremo il vicolo lastricato in maniere decente, non più quel catrame ruvido e rattoppato che le mie ginocchia, da giovani, conobbero… con dolore! Ma prima della pars costruens del processo di rivicolizzazione, ci siamo sorbiti una decina di giorni di passerella: sembrava di stare a Venezia, se non fosse stato per gli operai che difficilmente somigliavano a gondolieri ed il vuoto sotto il camminamento posticcio.
Sintomo che lascia sperare bene: il procedere dei lavori nel quartiere significa una sola cosa, che presto dovrò andarmene da qui. Quel fantomatico trasloco di cui parlavo post e post fa, sembra ora vicino, ma realmente, tanto che già si parla di come inscatolare la roba o di comprare i sanitari per il nuovo bagno. Ciò che è veramente paradossale a questo punto è che non so dove andrò a finire. Non mi cercate, vi manderò una cartolina. Gubbio? Boh. Neanche quello è più sicuro. I punti fermi sono due: a) che nel giro di qualche mese dirò ciao alle mura che mi hanno visto crescere; b) che a luglio qualcosa si muoverà comunque, perché – udite udite – lascio questo liceo del cactus. Lunedì 10 si festeggiano i 100 giorni dagli esami: non mi sembra vero, ormai è questione di settimane e poi… diploma in mano, non dico niente! Quale facoltà? Ancora la faccenda è più che nebbiosa, vedremo nelle prossime puntate dove cadrà la scelta. Per ora prendiamoci un respiro tranquillo e viviamo il presente, che ho ritrovato il gusto di aggrapparmi alle ore, senza desiderare che scivolino via anonimamente.
Ieri, tra l’altro, ho sfidato il saliscendi di Gualdo. E che, i Folignati possono io no? Emulando questi studentelli delle svariate fiction americane, me ne sono, infatti, andata a scuola con la bicicletta: tié. In barba alle scalette, ai sampietrini, alle salite, ai discesoni, ai vicoli sbarrati per lavori: sono andata al liceo pedalando. Arrivare là davanti sgommando (e con la patente B nella tasca dei jeans) non ha prezzo, soprattutto se sulle scalette dell’ingresso della scuola ci sono appollaiati tanti pampini del terzo. Comprenderanno più avanti l’appagamento che può derivare da piccole avventure (già, perché con i jeans stretti non è stato molto confortevole il viaggio) come questa. Giornata peraltro stupenda, quasi da mezze maniche.
Voglio sentirmi, non solo vedermi.
È questo che mi fa stare bene, insieme ad un pizzico di pazza stravaganza.
Adesso mi sento meglio, admodum.

Digitato da Daphne89
mercoledì, 27 febbraio 2008 alle 00:41
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Bianco

Giorni all’insegna del bianco,
 che domina il paesaggio, che domina la mia faccia completamente disintossicata da fondotinta e porcherie cosmetiche varie, che si estende al maglione e che mi incolla le dita.

Giorni di neve e di relax,
un surrogato di Nirvana raggiunto mediante l’applicazione prolungata a pastelli, tempere, decoupage, patchwork e la divina mediazione di Sua Maestà la colla Vinilica.

Intanto ho assaggiato un po’ di vacanze: direi che come anticipazione è stata molto gustosa, forse più delle ferie vere e proprie. Il 23 sarò ufficialmente dispensata dalle seccature scolastiche. Niente di più appagante di starsene al calduccio di casa in una mattina di metà Dicembre, senza che la cosa sia annotata come assenza nel registro di classe, né che si tratti di qualche domenica o data particolare del calendario. Un giorno ordinariamente infrasettimanale, ma autogestito a partire dalla sveglia alle 10 passare. A legittimare l’affare ci ha pensato la sacrosanta ordinanza di chiusura delle scuole fatta dal sindaco.
Sabato di neve ce n’era poca, ma di studenti in classe mia nemmeno mezzo: sono arrivata al liceo alle 10 (Buongiorno!) e dopo 15 minuti scarsi ero di nuovo a casa. Domenica dovevo andare a Roma, ma, visto che la notte ci aveva regalato altri 30 cm buoni di neve, non mi sono mossa proprio… almeno fin quando non ho messo la tuta da sci e me ne sono andata a ciaspolare con babbo. Pomeriggio passato di nuovo in mezzo alla bufera, ma stavolta con il vecchio caro fido bob. Lunedì scuole chiuse. Lo stesso è stato oggi anche se bisogna ammettere che le strade erano abbastanza transitabili. Abbastanza? Molto, direi: ho pure guidato! E' un clima insolito, direi Americano: mi sembra di stare in uno di quei film tipo "Mamma ho perso l'aereo". Anche il mio berretto di lana sembra quello di Kevin McCallister.
Basta poco a turbare quest’atmosfera di quiete profumata di mandarino: la notizia che da stasera la sacrosanta ordinanza del sindaco decade. In altre parole domani di nuovo sui banchi. Grido sommesso di disperazione, capelli che vengono violentemente strappati, bimbi che piangono, adolescenti che battono la testa sul muro, bidelli che imprecano: la fine del mondo è prossima. 

Ma la scuola è stata chiusa per giorni e ci metterà tanto a riscaldarsi per bene. Tra poco è Natale, mica possiamo buscarci il raffreddore: che regalo sarebbe da parte della scuola? Poi in terra c’è il gelo e rischiamo di scivolare e romperci l’osso del collo! Possibile che non facciamo pena a nessuno??

Digitato da Daphne89
martedì, 18 dicembre 2007 alle 22:45
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Camomille mood

Bene, oggi sono di buon umore e - cosa alquanto mirabolante- la fonte di questa bottata di ottimismo è proprio lei, la scuola, che tanto insulto e che tanto mi delude, che anche stamattina, per strada, ho avuto modo di criticare. Solo in momenti di apatica lucidità riesco a trovare qualcosa che davvero apprezzo tra quelle quattro mura grigie*, qualcosa che suona molto come laboratorio teatrale. Mi rilassa e mi tiene vigile, stimola la creatività e dà spazio alle singole voci. Individuali. Non come il resto che vuole appiattire tutti dietro l’etichetta di “classe” o di “istituto”, o peggio ancora, dietro l’immagine di un insegnante. Il gruppo di teatro è una piccola oasi felice, distaccato dalla filosofia che regola l’istituzione scolastica.
Indossiamo sì vestiti neri, neutri, in modo da risultare uguali esteriormente, ma la veste che ci accomuna non è altro che un faro puntato sulla nostra interiorità, intesa anche – e soprattutto - come individualità. La divisa è un amplificatore che fa risuonare le voci di ciascuno all’interno di un coro (co)ordinato. L’aspetto esteriore, del resto, fa parte dell’etichetta, serve isolare ciò che c’è sotto. I capi neri che portiamo sanno chi c’è al loro interno: ripetutamente abbiamo urlato i nostri nomi – per conoscere gli altri, per capire se stessi, per dire “ci sono anche io” senza paura di farci sentire – finchè le fibre dei tessuti non hanno assorbito qualche goccia della nostra personalità.
Neri, ma in modo diverso. Portiamo, abbiamo, farci. Noi. Già, cosa dire della compagnia di quest’anno? Inaspettatamente dilatata rispetto ai numeri degli anni precedenti: le new entries sono quasi tante quante le vecchie facce. È un bene, ne sono veramente contenta; poi parecchi mi sembrano validi, potenzialmente duraturi in un laboratorio così. Spero solo che non si stufino presto e continuino.
 
Poi cosa mi dà la scuola di cui essere felice? Mi impegna, in vario modo, e mi fornisce spunti. Dire che ciò mi rende felice forse non è appropriato; sarebbe un tralasciare i vari momenti di disappunto e le lamentele per i compiti inutili. Però mi tiene impegnata, il che è un ottimo sedativo per combattere la depressione-da-ozio. Gli amanti del divano ed i cultori della ginnastica del pollice forse non comprenderanno ciò; io, invece, non capisco loro, non mi capacito di come i cuscinotti del sofà non incutano loro la voglia matta di farla finita. “Morto per asfissia: suicidatosi con un cuscino” una di quelle morti ingloriose su cui giornali e telegiornali ricamerebbero per giorni, attirando l’attenzione di un’audience sempre più interessata alle disgrazie degli altri.  Ok,, mettiamo da parte le fantasie apocalittiche. La noia rimane una tortura bestiale e il divano uno strumento deleterio. Poi ci sono situazione opposte, ma l’abbondanza è sempre accolta con il sorriso. A volta, infatti, la scuola tiene fin troppo impegnata… come stasera. Teoricamente avrei ancora da vedermi un po’ di cose (e per cose voglio dire capitoli), ma ormai il dado è tratto: è tardi e voglio prendermi un po’ di tempo per me, perché anche scrivere e lasciare fluire le parole in modo spontaneo e disordinato mi rilassa. Proprio come laboratorio teatrale.
Autoraccontarsi è un gioco utile, comincia tutto dal gridare il proprio nome.
Arianna.
 
*Ndr: non è retorico, il mio liceo è veramente “ricoperto” da mattonelle grigie, uso cesso. Forse l’ho già scritto in qualche vecchio post, ma a questo proposito una precisazione è sempre opportuna.

Digitato da Daphne89
martedì, 30 ottobre 2007 alle 00:10
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Quintobbì rulez

Oggi si è conclusa la prima settimana di lezioni, subito intensa per noi vecchietti, vergognosa per i primi: cinque, e tengo a sottolineare cinque -da martedì a sabato!- giorni di accoglienza/ozio! "Ai nostri tempi" (ormai me lo posso permettere, sono maggiorenne, cavolo!) tutto ciò non esisteva: ti spiegavano appena quale era la tua classe, per quale porta dovevi entrare e quando potevi uscire. Quest'anno invece c'è stato addirittura un party di benvenuto per primini e famiglie, con tanto di ciambelotti e bidellina nuova addetta al servizio bar. Sbagliatissimo, altamente diseducativo: anche i migliori addestratori di cani sconsigliano un atteggiamneto simile! Prima di dargli il biscottino, fagli almeno imparare prima e seconda declinazione XD


Ultimo Primo @ fermata bus
 
Visto che le danze sono iniziate, farei subito un bilancio di inizio quinto:
 
Cosa è uguale
- la classe, la stessa aula a partire dal nostro primo ingresso tra le grigie mura del liceo, ma ricolorata da una squadra di imbianchini doc (noi) nel 2005. A fine anno nessuno ci impedirà di autografare una porzione di intonaco: sarà l'ultima orma, un augurio ai futuri inquilini;
- i prof. Strano ma vero, per la prima volta ci ritroviamo tutti i docenti dello scorso anno, senza conoscerne di nuovi;
- Fiorucci è ancora tra noi. A fine scuola la notizia che avrebbe cambiato sede ci aveva fatto vestire a lutto (nel vero senso dell'espressione, con tanto di tshirt e camicie nere). Poi però un inatteso errore burocratico ha risistemato le sorti ed ora il tenente dei numeri siede ancora dietro la cattedra del 5B - voce della wishlist spuntata!
- la disposizione dei banchi: la stessa dall'alba dei tempi;
- gli Attenzione-prego-attenzione-prego(c’è da spostare una macchina!) di Carletto.
 
Cosa c'è di nuovo
- i primini si contano sulle dita, gli iscritti sono calati paurosamente tanto che l'aula a fondello con il mitico 5B è sfitta. Infatti non si è formato il 1B: ahi destino infame! Procuri un dolore così grande a noi poveri vecchietti? Siamo giunti alla fine del nostro cammino e non abbiamo più eredi che continueranno la nostra gloriosa tradizione. Nos miseri, nos afflicti;
- la mia fida compagna di spedizione si è diplomata lo scorso luglio (e con un ottimo risultato!), per cui d'ora in poi sarò sola soletta sulla strada verso il Casimiri. Bambina della farmacia, auguri per la carriera universitaria!
- è tornata la Mancinelli, la mitica prof che ci prese al primo anno. Quest'anno non sarà dei nostri, ma avremo comunque il piacere di vederla in giro... un po' cambiata di look, ma sempre con i suoi caratteristici tacchi.

Cose da fare:
- sapere la data precisa della prima prova d'esame, non tanto per l'evento in sé, quanto per la pianificazione dell'usuale festino dei 100 giorni, nonché una versione ridotta in occasione dei 200. Si sa, noi facciamo le cose per bene, e quando dico "bene" vuol dire che se magna;
- cominciare a corrompere professori vari onde programmare per tempo la gita del quinto anno in un luogo degno di tale occasione;
- pensare all'imminente assemblea d'istituto: gente, quest'anno tocca a noi farle piovere dal cielo. E poi tra breve ci saranno le elezioni ed è sempre nostro compito presentare i candidati con congruo anticipo;
- commissionare la realizzazione di magliette ultra fashion con la scritta “5(B) Rulez over the world”. In seguito arriverà pure la mutanda d’istituto, è una promessa :D
 
E infine, cosa c’è di diverso? C’è che la classe è diversa, non solo perché si chiama QuintoBBì. Forse da tempo è così, ma non ce ne siamo voluti accorgere.

Digitato da Daphne89
sabato, 15 settembre 2007 alle 16:23
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Ultimo primo

Eccoci alle porte di quello che sarà il mio ultimo primo giorno di scuola. Sono grande, è questo ciò che dice il cartellino attaccato sulla porta della mia aula: frequento il quinto anno di liceo scientifico. Sì, sono prossima alla linea di arrivo.
Ma quella cartella verde che fine ha fatto? Sta ancora nell'armadio del fondo, credo che la custodirò a vita come reliquia, come amuleto per la mia carriera.
In fondo non sono poi così diversa da quando la sfoderai il mio primo primo giorno di scuola. Sono cresciuta interiormente, culturalmente e fisicamente, ma molti mi dicono che conservo sempre quel viso di bambina. Forse non tutti sanno che non ho ancora buttato la mia prima cartella, quella verde con l'orsetto cucito sopra.
Ben dodici anni sui banchi di scuola sono passati, di cui quattro nel liceo che mi ospiterà ancora per qualche mese. A pensarci bene, questo è il periodo più lungo che ho trascorso con la stessa classe, nella stessa aula dello stesso istituto.
Annoiata dal ripetersi periodico delle situazioni e delle facce? No, quest'anno non sento questa sensazione. Quello che mi anima è, invece, una sorda curiosità per quello che sarà un anno diverso, l'ultimo da liceale. 18ennne, patentata, con davanti a sé quello che è ritenuto l'esame per eccellenza: un anno diverso, sicuramente.
Quest'anomalia si riscontra anche dalla rottura di una ferrata consuetudine: dai tempi delle medie, i primi giorni di lezione, non porto un solo libro, cosa che mi evita di tirare subito fuori lo zaino. Domani -anzi, giacché l'ora è tarda devo dire "stamattina"- lo zaino sarà in spalla, e pure pieno di roba. Forme che non assomigliano certamente a blocchi di fogli. Ma guarda te, cosa mi riduco a fare in quinto.

In bocca al lupo a tutti, beviamoci su per inghiottire ciò che non va.
Vorrei un sorriso solo, non 19 ghigni.
Alla nostra.

Digitato da Daphne89
martedì, 11 settembre 2007 alle 00:39
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Ein Schritt zuruck - 2

Tutto è volato via, liscio, fluido. Apprezzato: i commenti sembravano sinceri, come del resto erano le espressioni degli spettatori, colte furtivamente durante la rappresentazione. In fin dei conti anche io sono stata soddisfatta.
Ed è un parolone a pensare a come mi sentivo ieri. Non che fossi agitata o particolarmente sconvolta. Tutt’altro, non sentivo l’avvicinarsi del debutto e la cosa mi riempiva di un gran senso di vuoto. No, non pensavo di parlare di soddisfazione, non dopo la riflessione di ieri pomeriggio. Quest’anno il lavoro non è stato molto sentito: partecipazione abbastanza saltuaria, poco entusiasmo infuso dall’alto.
Alla fine, fortunatamente, ci pensa l’attesa in camerino ad incollare il gruppo: si sta tutti lì, stipati, aspettando lo stesso segnale per salire sul palcoscenico. Sono quei momenti trascorsi insieme che zuccherano la performance: si combatte per un ideale comune, si racconta una storia per un sentimento condiviso.
Forse, prima di toccare con mano il prodotto finale, temevamo di presentare qualcosa di scontato, banale, trito e ritrito. Per questo non ci credevamo molto. Lo scorso anno era stata messa in scena una cosa totalmente diversa: un continuo ed incalzante ribaltamento di scena, coadiuvato da opportuni cambi di luci. Stavolta c'eravamo noi, le nostre divise, le valigie, le scarpe vecchie, un garofano e poco altro. Nessun effetto scenico, salvo la proiezione di un video ripreso ad Auschwitz-Birkenau.
Nemmeno dietro le quinte il cuore palpitava. Entriamo: ancora nessuna emozione. Prima sequenza: fissiamo il pubblico, poi ci schieriamo di spalle. Ein schritt zuruck, un passo indietro. E cadiamo tutti, come fucilati. Mi accascio sopra la mia valigia, cado con la faccia a terra, ho il petto schiacciato contro la borsa. Lo spettacolo prosegue con la scena del processo, io sto ancora a terra. Sento qualcosa risvegliarsi, cominciare a pulsare più forte, sento l’adrenalina che mi corre in corpo: il cuore batte, batte fortissimo, ho finalmente ingranato la marcia necessaria. Comincio a percepire il clima giusto, forse la rappresentazione non sarà del tutto vuota. Protège-moi, le immagini dei campi di sterminio, la storia di una vita privata della musica, l'accatastamento dei corpi...
Tutto è volato via, liscio, fluido, senza il tempo di ragionare troppo sui testi e sui movimenti. E’ stato un lampo, ma ce lo siamo goduto. Ci siamo lasciati trasportare aggrappandoci ad un’emozione.

Il pubblico si era aggrappato anch’esso, ci ha seguiti, impeccabile, senza muovere ciglio finchè l’ultimo carillon non ha smesso di suonare.

Alessia, Alessio, Arianna, Chiara,  Eleonora,
Elisa, Laura, Maria, Maria Grazia,
Melissa, Monica, Sario, Veronica


L’esibizione di quella sera fu un successo:
applausi, contenuti e sobri, e forse anche qualche lacrima.
La sinfonia continuerà ora che siamo un'orchestra.
Continuerà.
 
 
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Digitato da Daphne89
mercoledì, 09 maggio 2007 alle 23:22
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