Era il 26 settembre 1997

10 anni dal 26 settembre 1997. 10 anni, resi ancor più lunghi dal disagio e dalla precarietà. Dopo così tanto tempo, in tv te ne escono fuori con dichiarazioni del tipo: "L'Umbria è diversa, l'Umbria è migliorata". Che l'Umbria sia diversa, non c'è ombra di dubbio. All'alba di quel fatidico venerdì Assisi, Gualdo e Nocera erano ancora in piedi, sane, normali, festose. Assisi, come sempre, era affollata di gente, soprattutto turisti; Gualdo si apprestava a vivere l'edizione ‘97 del Palio di San Michele Arcangelo: tutto era pronto per la festa, i cittadini fremevano in vista delle tre giornate più calde della vita della città. Invece l'eccitazione di tutti terminò poco dopo le 11.30, quando la terra tremò forte.
Facevo la terza elementare, lo ricordo benissimo. Eravamo tutti in classe e la maestra ci dettava qualcosa sui fenomeni naturali; proprio qualche giorno prima avevamo parlato di vulcani e terremoti, senza capire cosa fossero. Non sapevamo che di lì a poco avremmo conosciuto direttamente lui, sulla nostra pelle, sotto i nostri piedi. Scrivevamo gli appunti, ma qualcosa nell'aria non funzionava, me lo sentivo. Avevo paura, un sentimento inspiegabile ed ingiustificabile, temevo che stesse per succedere qualcosa. Durante la notte c'era stata una scossa, ma io non l'avevo avvertita, non sapevo cosa fosse il terremoto, forse non pensavo che potesse essere reale.
La scossa della notte non aveva provocato che lievissimi danni: la mattina tutti erano andati a lavoro. Era una mattina come tante, a parte quell'inquietudine e quel foglio di appunti sui fenomeni naturali che non mi convinceva. Ricordo che non lasciai nulla sotto il banco: stranamente alle 11.30 tutta la mia roba, salvo il quaderno che stavo usando e l'astuccio, era ben riposta nella famosa cartella verde con l'orsetto cucito sopra. Me lo ordinava quello strano sentimento. La terra tremò più volte e ripetutamente, piano, tanto che la maestra ci rassicurava sul fatto che quelle vibrazioni provenissero dall'asilo, situato al piano inferiore. Poi con impeto il terremoto si presentò sul serio, con un boato che non dimenticherò. Noi rimanemmo lì, sui banchi, senza quasi staccare la penna dal foglio. Ricordo di essermi voltata verso la mia compagna: aveva il piano del banco disseminato di elastici che danzavano disordinatamente. Nessuno si mosse per uscire dall'aula, nemmeno la maestra ci disse nulla. Il moto caotico degli elastici sembrava molto interessante. Poi scese mia madre ad intimarci di evacuare la stanza. Allora presi la cartella –era stato un bene averla preparata, detesto anche oggi perdere di vista i miei effetti personali-  ma mi obbligarono a lasciarla l “E’ già pronta, l'ho preparata!” “ No, è importante salvare la pelle, non le cose. Per quelle c’è tempo”.  Non capivo. E continuai a non comprendere la situazione a lungo. Mia madre mi portò via, verso casa: non vedevo l'ora di partire da quella situazione di terremoti e confusione, tornare a casa in mezzo alle mie cose. Appena varcata la soglia di casa cominciai a capire qualcosa: "Prendiamo qualcosa da mangiare e andiamo in un luogo sicuro" "Mamma, ma siamo a casa" "Sì, ma non è sicura adesso"
Adesso avevo capito cosa fosse il terremoto. E' qualcosa che ruggisce dal profondo della terra e ti costringe a trovare riparo sotto le stelle, perchè almeno quelle non ti crollano addosso. E' qualcosa che ti fa stare in allerta, che ti fa sussultare ad ogni minimo scricchiolio, che non ti fa dormire tranquillamente perché può arrivare in qualsiasi momento. Poi ti distrugge casa, fa crollare chiese, polverizza affreschi, uccide persone sotto quintali di macerie.
La mia casa non subì gravi danni, tuttavia lo sciame sismico, che durò diversi giorni, ci tenne lontani dal nostro caro nodi per un bel po'. Prima da mia zia, poi a Perugia. Almeno noi avevamo un letto e un tetto. Tanti furono sistemati in tendopoli improvvisate, per poi andare a vivere in freddi container per anni, in attesa dei lavori di ristrutturazione. Chiediamolo dunque a queste persone quanto sia stata piacevole l'esperienza del terremoto. L'ultimo campo container è stato smantellato circa 2 anni fa. Le città sono state ricostruite, ma solo in parte. Non è tutto come dicono al tiggì, loro. Prendiamo la stessa Gualdo, dove abito: le campagne sono piene di ville, è vero. Sono arrivati i contributi e quelle che erano emerite bettole (indipendentemente dal sisma) sono diventate ville principesche. D’altro canto il centro storico è ancora, per la maggior parte, come lo lasciò il Sgrullino nel 97-98. Già, perchè un'ulteriore botta ci fu inflitta nell'aprile seguente.
 Anche se, come ho già detto, la mia casa non subì gravi danni, è comunque necessario fare dei lavori di consolidamento. Sono passati 10 anni ed ancora non abbiamo potuto far nulla, nonostante abitiamo nel cuore della città. Non sarà ora di ridare vita al centro? Con tutti gli edifici di maggiore interesse culturale il turismo è praticamente morto.
Non so proprio in che senso sia migliorata l'Umbria. I politici dicono ciò, pure la Protezione civile si associa al coro. Loro lo sanno cosa vuol dire stare anni confinati in un container? Di soldi, di contributi ne sono arrivati. E saranno arrivati anche nello loro tasche.  Nel frattempo, però, Gualdo e Nocera si sono atrofizzate, i centri storici hanno perso la posizione di un tempo, il turismo è colato a picco.

Migliorata quest'Umbria? Stiamo così bene da dire "Grazie terremoto, per fortuna che ci sei tu"? E' un'ipocrisia bella e buona, non si dimentica facilmente l'immagine del soffitto della Basilica superiore di Assisi che si disintegra come una piramide di carte da ramino.

Digitato da Daphne89
mercoledì, 26 settembre 2007 alle 23:43
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RicordiPolacchi - Capitolo 3

Diari di Podlachia - Parte V: Ultimi momenti
Sono quasi le 2 del mattino di venerdì 7 aprile 2006 e la sveglia suonerà tra poco più di tre ore. Solo una scema come me può starsene qui con gli occhi ancora spalancati a fissare la carta da parati colorata della camera di Ewelina. Ci sono molte cose interessati appese al muro: un calendario con una geisha, post-it con parole inglesi scarabocchiate su, foto di classe appese ad un filo per mezzo di mollette da bucato… wow, questo sì che è un attacco d’arte! Metterò l’idea nel trolley e la applicherò all’arredamento della mia stanza una volta ritornata a casa. Ho quasi finito di scandagliare quei pochi metri quadri, quando mi accorgo di una cosa che non avevo mai notato: incastonato in un reparto della libreria c’è un televisore. Poh! Si vede che non me ne frega un tubo di quello scatolone nero...
La giornata di oggi è stata così intensa! Tuttavia non sono stanca e non voglio dormire: sento la necessità di godermi appieno questa “vacanza”, se si può definire così. Potrei passare ore ed ore a spulciare le quattro pareti che mi circondano, ma temo di non apprezzare a fondo la visita della tanto decantata Warsawza. Gli innumerevoli pinguini che affollano le mensole o che stanno placidamente stravaccati sul piano della scrivania, mi guardano con aria nostalgica: tra poco dovrò salutare pure loro. E sarà tempo di lasciare anche quel pesciolino rosso che domenica mattina mi ha fatto venire un infarto: se ne stava immobile in prossimità dell’acqua. “Nooo!! E’ morto! Deficiente di un pesce, dovevi morire proprio ora che ci sono io in questa stanza?? Ora assoceranno il decesso alla mia presenza… gulp!!” Poi, quando mi presentai al cospetto della boccia di vetro per le esequie, notai con mio sommo piacere che ciò che avevo scambiato per morte non era altro che un eccesso di pigrizia. “Dannato pesce!”
Sette giorni fa mi stavo ponendo tante domande circa la famiglia e le persone che avrei trovato a Bialystok: ignoravo tutto quello che mi attendeva, compreso il battibecco con quel simpaticone del pesce. Ora che posso fornire tutte le risposte, sorge un altro interrogativo: “Rivedrò mai questa gente?” Non avrei mai creduto che in una settimana scarsa ci si potesse affezionare così tanto ad una persona.
E’ l’ultimo riposo tra queste lenzuola alla tedesca che mi hanno tenuta al calduccio durante i sonni della trasferta polacca. Ora che ci penso non ricordo sogni delle notti passate: sarà che mi sento già proiettata nell’irrealtà e non ho bisogno di illusioni notturne. E’davvero cincredibile come 6 soli passino velocemente lontano dalla monotonia de banchi di scuola. A dire il vero, il sole non lo abbiamo mai visto; questi giorni ho vissuto in un’altra dimensione: la coltre grigiastra di nuvole ci ha accompagnato per una settimana intera, facendoci perdere la cognizione del tempo: la stessa luce soffusa caratterizzava tutta la giornata, senza distinzione tra le ore mattutine e quelle del primo pomeriggio. Anche i pasti continui ed “indifferenziati” non mi hanno aiutato a scandire il tempo, ma le lancette non mentono affatto, nonostante speri che siano in errore: è proprio ora di preparare la valigia. Lo faccio ora o domani mattina? Uhm… via, comincio adesso, così sono più tranquilla.
Proprio non ho sonno: l’imminenza della partenza mi tiene gli occhi spalancati. Piangerò domani? Odio gli addii, ma non penso che darò sfogo alle lacrime: sono celebre per il mio cuore di pietra. Prenderò in mano i bagagli, mi congederò e mi comincerò a camminare verso l’Italia. Dissimulando tutte le emozioni: sì, penso che andrà proprio così.
Stasera al pub ho ordinato un piatto di patatine fritte con ketchup: che schifo, erano untuosissime. Però le ho mangiate con gusto… strano, io che non amo particolarmente la frittura. Strano anche che il mio debole e vulnerabile stomaco  abbia sopportato tutto senza lamenti. Ops, ho parlato troppo presto: sento strani movimenti ciclonici in zona addominale… Via, non è colpa di quelle porcherie somiglianti a patate che ho mangiato al pub: è un altro tipo di dolore. Si tratta di una sensazione abbastanza familiare, è l’agitazione che mi gioca brutti tiri, mi ci gioco la testa.
Vabbè, vado in bagno, così convinco l’intestino che la partenza non è poi così tragica. Mi alzo con cautela, cercando di non far rumore: sarebbe poco educato far baccano nel cuore della notte. Entro in bagno, accendo al luce e mi ritrovo faccia a faccia con me stessa, riflessa nello specchio: sono sempre io, nonostante il viso un po’ segnato dalla stanchezza. Mi sorrido, ripromettendomi di raccontare per filo e per segno questa settimana, una volta tornata a casa. Mi sorrido, ma gli occhi esprimono ben altri sentimenti: loro non mentono mai. Ciao specchiera, è stato bello conoscerti, ciao doccia, mi hai offerto piacevoli momenti di relax (anche se l’acqua era un po’ fredda!). Torno in camera, altrimenti comincerei a salutare uno ad una tutte le confezioni di sapone, rischiando di diventare patetica.
Sul quadrante dell’orologio leggo un’ora indicibile e mi ordino di infilarmi sotto le coperte.
Buona notte Cielo e buonanotte anche a voi, stelle, sebbene non riesca a vedervi: ci rivediamo in Italia.
 
Yawn… sono le 5.45… sono le 6.00… eh? Che ora è?? Le 6? E’ tardissimo!! Proprio in quel mentre Ewelina fa capolino, preoccupata del fatto che i miei proverbiali anticipi si sono andati a far benedire. Fortunatamente il mio luggage è giù packed. Cavolo, riesco a parlare inglese in questo stati di semicatalessi! Mi levo malvolentieri, ultima capatina al bagno, raccatto i miei averi e vado a fare colazione… l’ultima seduta a quella tavola.
Parlo poco, non è difficile da notare. Tuttavia non sono l’unica a fissare sconvolta il “buzzo” della margarina. Tra 10 minuti arriva il taxi… no!... manca così poco! Ho appena il tempo necessario per prepararmi psicologicamente alla partenza che la vettura si apposta davanti casa. Il conducente carica nel portabagagli il trolley e lo zaino, in maniera ben più fredda di come aveva fatto il padre di Ewelina la sera del mio arrivo.
E’ giunto il momento di salutare la famiglia: smack di qua, smack di là… e ancora smack di qua! Non mi ero ancora resa conto che qui usa dare 3 baci! La prima prova è superata: non ho pianto! Mi congedo con l’augurio di rivederci, ma in realtà siamo tutti consapevoli della scarsa probabilità che ciò si verifichi.
Da dietro il finestrino freddo li saluto per l’ultima volta: mamma, babbo e Mateusz (buttato giù dal letto bruscamente) sono lì davanti a quel cancelletto rosso che mi ero abituata a varcare. Ne sedile posteriore con me c’è Ewelina, che dialoga allegramente in polacco con il tassinaro: ormai ci ho fatto l’orecchio, non mi scandalizza più quell’ammasso, per me incomprensibile, di s e z. Anche il tassista ha un’aria familiare… bah, sarà lo stesso che ci ha riaccompagnata a casa ieri sera. In 10 minuti scarsi si è arrivati a destinazione (contro i 40 necessari in autobus): i pullman che ci condurranno a Varsavia sono lì, pronti a succhiare sangue italiano. A scuola ci insegnano ad abbandonare ogni atteggiamento razzista, poi, davanti ad un centinaio di persone si consumo uno scempio xenofobo: gli italiani su un mezzo, i polacchi su un altro. Cavolo che ingiustizia! Potevo passare altre 3 ore in compagnia di Ania ed Ewelina. Pazienza dormirò un po’… zzz… la steppa, così piatta, concilia il sonno… zzz…
Dopo innumerevoli ed indefiniti km percorsi attraverso quella monotonia brulla, l’autobus sosta in un autogrill;: gli accaniti della sigaretta scendono per farsi quei due tiri vitali, qualcuno già necessita del WC e scappa dritto filato in bagno mentre i ghiri rimangono avvolti nei loro giacchini, al caldo del pullman. Io e Luara scendiamo per vedere che fine hanno fatto le ragazze: eccole lì, a godersi i primi sprazzi di sole della stagione. L’aria è pungente ed il fiato si condensa, ma quel timido sole che si fa largo tra nuvoloni prepotenti scalda la pelle che è una bellezza. Ma non è abbastanza caldo da sciogliere la situazione: noi 4 stiamo lì, in mezzo al piazzale, fissandoci senza dire una parola (escludendo scontate considerazioni metereologiche). Il silenzio è duro da sostenere, ma riesce a comunicare messaggi che vanno oltre i suoni, messaggi che vanno oltre le diversità linguistiche. I mozziconi di sigaretta cadono i terra e vengono calpestati distrattamente: tutti risalgono sui rispettivi mezzi. Giunti al centro della città, il gruppo si frammenta dato che i polacchi conoscono già fin troppo bene i principali monumenti e non hanno voglia di seguire il breve tour turistico. Noi, invece, come tante formichine andiamo dietro alle guide, trascinando gli zaini carichi di stanchezza. Una foto di gruppo, un morso al panino ed anche il giro tra gli edifici nuovi della capitale si conclude. L’ultima tappa è un centro commerciale dove poter spendere gli ultimi zloty. Personalmente trovo che l’acquisto dei souvenirs sia abbastanza stressante, soprattutto quando si è in gruppo: si è già assillato dai propri acquisti (ma alla nonna piacerà questo soprammobile?) e bisogna sorbettarsi pure le spedizioni interminabili dei vai membri della comitiva. Alla fine, già pieno di buste fino al collo ti ricordi che non hai comprato niente di niente per quelli di casa tua: corri contro il tempo per acquistare qualche prodotto gastronomico tipico (almeno non c’è possibilità di errore) e, quando in borsa hai finalmente quel vasetto di marmellata di marca locale, ti senti realizzato e veramente pronto a partire. Ma -c’è sempre un ma- la tua amica si è persa il borsellino: ti senti responsabile perché lo aveva tirato fori per infilare i 5 zloty che tu le dovevi restituire. Altra corsa contro il tempo: raggiungo il punto d’ascolto del supermercato e spiego il problema ad un addetto alla vigilanza. Il tizio, che ovviamente non capisce un’H di inglese, fa una smorfia e si gira da un’altra parte; mi incavolo, mi rivolgo a lui ancora più gentilmente, integrando la richiesta con gesti di significato inequivocabile: costui, “al limite della sopportazione”, ti spara una risata idiota in faccia. Io lo mando palesemente a quel paese (tanto non mi capisce) e ritorno sui miei passi. Ma è possibile? Lavori in un centro commerciale Carrefour, in una capitale dell’unione europea, per di più al punto d’ascolto… e non spiccichi una sola parola di inglese?? Mica vivi su Plutone! Come si può! Basta, sono profondamente indignata: torniamo in autobus.
Gente, questo è l’ultimo trasbordo via terra in Polonia: l’aeroporto è in vista. Scendiamo tutti strisciando le valigie ed eccoci a fare il check-in. Di colpo arriva un tipo dell’aeroporto che ci intima di allontanarci. Col cavolo che mi tolgo, con tutto l’affollamento che c’è perdiamo la coda! Arriva un altro uomo, vistito con la stessa uniforme del primo e grida qualcosa che suonava come evacuatio. Il piccolo terminal sputa fuori tutti in breve tempo e ci ritroviamo ad attendere, parcheggiati sul marciapiede antistante l’edificio. Si diffonde la voce di un pacco bomba trovato sotto una sedia: accorrono pompieri e poliziotti con cani addestrati, le bimbe piangono. Tra la comitiva si diffonde una certa inquietudine. C’è chi continua a ripetere che quanto sta succedendo è segno di organizzazione e controllo, chi, invece, se ne frega delle rassicurazione e mugola in preda all’ansia. Come volevasi dimostrare era un semplice controllo: ritorniamo tutti all’interno dell’aeroporto e ci mettiamo in fila per procurarci la carta d’imbarco. Mi impiastrano le borse di etichette e mi danno quel pezzo di carta che mi riporterà in Italia.
Ora è VERAMENTE il momento dei saluti. Forza Ari, ce la fai. Mi giro verso Ewelina: sta trattenendo le lacrime, Ania cerca di farla riprendere. Mi volto Laura, ci scambiamo uno sguardo che sembra firmare un accordo: reciprocamente ci autorizziamo a piangere. Le lacrime fuoriescono copiose rigando i nostri volti: abbraccio Ewelina e rinnovo il mio invito per l’estate. I hate these moments. Remeber the Italian noisy girls! La corrente di viaggiatori mi costringe ad andare. Ciao, anzi Czesc, Good Bye o in qualsiasi altra lingua. Laura è più avanti, me la pianto di fare la parte della fontana. Rivedo Laura, l’armistizio viene meno, e piangiamo di nuovo. Ridiamo, ma è una risata rotta dal pianto: ci asciughiamo gli occhi, ma è inutile. Strana la vita, i viaggi ti mettono alla prova sul serio: io e Laura, dure ed impassibili, ci sciogliamo davanti agli occhi asciutti di coloro che sono sempre state deboli da questo punto di vista. Basta, il mio orgoglio fa bloccare il flusso salato, ma non riesce a farmi avanzare a testa alta: mi vergogno degli occhi rossi, c’è un sacco di gente intorno. Al metal detector c’è una donna robusta che abbaia ad una signora di togliersi le scarpe: la signora è veramente indignata, nonostante sia in torto poiché i suoi stivali sono dotati di punta metallica. Mando la mia valigia verso il suo destino ed io oltrepasso il rilevatore esibendo i documenti. Raggiungo Laura e diamo sfogo a quanto rimane, accompagnate dagli sghignazzi canzonatori di due tizi di Gubbio. Perché non ci capiscono??
 
In breve siamo di nuovo sull’aereo, ma stavolta i passeggeri sono tutti Italiani.  

Digitato da Daphne89
mercoledì, 04 aprile 2007 alle 23:02
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RicordiPolacchi - Capitolo 2

Diari di Podlachia - Parte III: Smacznego!
Addio cara e dolce pasta: non vedrò più le sinuosità di questi spaghetti, né potrò odorarne il piacevole profumo di basilico per una settimana intera. Suvvia, non morirò se mi asterrò dalla pastasciutta per qualche giorno! Del resto mi adatto bene: mi piace variare l’alimentazione e spizzicare un po’ di tutto. Insomma, non sono una di quelle schifignose che campano di cotoletta! Basta che mi tenete alla larga da cavolo&co e me ne starò come un Papa. 
E’ tempo di informarsi sulla gastronomia polacca! Uhm, vediamo… Internet si rivela davvero utile in questi casi. Involtini di cavolo, polpette di cavolo, cavolo lesso, cavolo cotto, insalata di cavolo, minestra di cavolo… CAVOLO! (stavolta nel senso di “Dacchio!”) Fra poco ci farciscono anche i cioccolatini! Non è possibile: cavolo ovunque! NOOOOOOOO: il mio urlo si propaga nello spazio siderale. Ok, mi sono calmata: mi devo preparare psicologicamente per quest’evenienza…. Magari è la volta buona che mi deciderò a mangiarlo: non tutti i mali vengono per nuocere, no? 
Tuttavia – come per gli altri pronostici sul viaggio in Polonia – quanto detto a proposito del tanto amato ortaggio si è rivelato errato. Non ho visto una foglia di cavolo neanche con il binocolo! 
Pensavo di tornare a casa dimagrita di 4 kg (il che non mi sarebbe dispiaciuto), ma invece è accaduto l’esatto opposto: i 4 kg, invece di andarsene, hanno fatto una bella mitosi ed ora si sono raddoppiati. Eh sì, ho mangiato come un “bove”, nonostante la mamma di Ewelina sostenesse il contrario (sempre apprensive queste mamme!!). In certi momenti mi sentivo così piena che il cibo mi usciva dalle orecchie, ma, rifiutando altre pietanze temevo di essere scortese, per cui… pancia mia fatti capanna! In Italy we say: “I’m full like an egg”. E giù a ridere con le ragazze di Bialystok.
Dal punto di vista alimentare, le abitudini polacche sono totalmente diverse dalle nostre. Innanzitutto non c’è un’ora precisa in cui tutta la famiglia sa di doversi ritrovare a tavola. Si mangia in ogni momento tanto che, per convenienza, il tavolo della cucina è perennemente allestito. Chi arriva si siede e si nutre. Alimento base, immancabile nel frigorifero di una buona famiglia polacca, è la margarina. Ma non vaschette da 200 g come siamo soliti utilizzare in Italia! Scatoloni 20x20x15 contenenti il grasso vegetale si fanno largo tra barattoli di marmellata e confezioni di formaggio. Forse si saranno offesi perché non ho mai intinto il mio coltello nella vaschetta, ma proprio non mi andava giù. Loro, invece, si impacciavano a foderare i loro panini con questo pseudo-burro, preparando un comodo letto per prosciutto o similari. Di solito, dopo aver fatto un’abbondante colazione alle 7 del mattino, godo di un’autonomia di circa 6 ore: sono in grado di arrivare all’una senza problemi si sorta.  E invece, già dalle 9 cominciavano a offrirti panini. No grazie, non ho fame: ho fatto colazione poco fa! Ma dai, almeno un sandwich! E che fai, dici di no? Non posso fare sempre la scoglionata… ok, accetto, grazie. Indovinate cosa c’è nel panino?? Un bel dito di margarina: Yuppi, tutto colesterolo per noi! Credevo di avere nostalgia della pasta, ma, in assoluto, ciò che mi è mancato di più è stata l’acqua naturale! Quando si va in pizzeria e tu ti azzardi ad ordinare una bottiglia di ferrarelle, anziché la classica coca cola, tutti ti guardano storto pensando cose tipo “Ma dove vivi!?”. Basta poco affinché tutti si riconvertano alla bevanda più sana e dissetante che esista. Giuro che sono stata meno tempo senza parlare italiano che senza bere acqua! Eppure, lì, in prossimità della Bielorussia, dovrebbe essere un bene diffuso. E lo è! Ma si è soliti bere altre cose: beveroni alla fragola, ai frutti di bosco (con tanto di bacche sul fondo della tazza), the bollente di ogni qualità, tisane, succhi al pompelmo. Persino alla mensa scolastica servono tisana ai frutti di bosco! Ed un giorno, dopo tanta astinenza, vediamo comparire un litro e m4ezzo di oro blu, portato verso di noi dal professore di inglese dei polacchi. Avete presente quando si getta un pezzo di pane in laghetto e tutte le trote si precipitano lì per accaparrarselo? Beh, la scena è stata molto, ma molto simile. Ma alla fine le brave trote italiane hanno condiviso fraternamente la reliquia avuta in dono: acqua fresca, limpida ed insapore!
Per il resto ho fatto un’ottima cura di the: io amo il the, ma non so quanto sia salutare per il sistema nervoso ingurgitare grossi quantitativi della suddetta bevanda!
Ed ora, dei sapori di quella terra, rimane solo una scatola di cioccolatini alla vaniglia:gli altri sono intrappolati nei miei ricordi.

 


 

Diari di Podlachia - Parte IV: Tutti pazzi per la pizza
Non poteva di certo mancare il classico: serata italiana. Scherzando e straconvintissime che ciò che stiamo dicendo non si verificherà mai e poi mai, io e Laura firmiamo la nostra condanna. Le polacche sono entusiaste dell’idea (che, ripeto, avevo buttato là in maniera giocosa): stasera mangeremo pizza italiana, impastata da 4 mani italiane seguendo la ricetta italiana. Ma le italiane, cosa ne pensano? Panico totale. Profondi sguardi abbattuti vengono scambiati tra le due ragazze in preda alla disperazione più nera. Ewelina e Ania cominciano a redigere la lista della spesa; ; noi, le italiane, cominciamo a parlottare nella nostra lingua natale (tanto per loro è un idioma incomprensibile), affinché si trovi una soluzione. “Oh, le sai le dosi precise?” “Ehm… no!” “Ottimo, ciò potrebbe costituire un’ottima giustificazione per saltare la figuraccia…” Comunichiamo il problema, ma la scusa non regge neanche due secondi. Internet, la rete universale, ci infligge il colpo di grazia: trovare una ricetta è più semplice che bere un bicchier d’acqua (ecco gli svantaggi del progresso…)
“Ari, ma tu sei capace?” “Beh,  me la cavo, ma a casa ho il Bimby e così mi risparmio la fatica di impastare! … Senti, come viene ce la mangiamo! Di figuracce ne abbiamo collezionate così tante!!!” Così la squadra tricolore si lancia a capofitto nella sfida.
Prima tappa: il supermercato.
Come diavolo si dice lievito in inglese? Boh, non lo so, né me lo sono mai domandato. Bene, utlizziamo una bella perifrasi per spiegare cosa ci serve ad Ewelina. Alla fine concordiamo che quella cosa di cui abbiamo bisogno è un microrganismo che fa crescere la pasta: “Drodze” afferma lei ed io, anche se non conosco il polacco, esulto! Sì, è lui, me lo sento! Via, andiamo al banco frigo, vogliamo un panetto di Drodze! Perfetto, possiamo spuntare la prima voce della lista; seconda cosa: mozzarella cheese. Rimaniamo al banco frigo e mi metto a cercare le mozzarelle. Eccole: è strano vedere che è disponibile una sola marca di questo formaggio fresco, così popolare a casa nostra. Ed subito comprendo il motivo dello scarso assortimento… Prendo 3 mozzarelle e mi giro raggiante verso i polacchi… ma il mio sorriso viene immediatamente demolito dal loro disappunto. Ops, cosa c’è che non va? Allora indicano le confezioni di mozzarella, meravigliati del fatto che contengano acqua. Ovvio che c’è acqua dentro! L’italiana sono io, cavolo, lo so io com’è una vera mozzarella. Il padre della polacca continua ad insistere che è meglio acquistare formaggi più collaudati, ma io mi impongo e, alla fine, li persuado. E’ la prima volta che  comprano queste strane buste piene d’acqua: la mozzarella l’hanno solo vista sulle pizze gommosissime dei fast food.
Ok, pomodori freschi, mozzarelle, lievito olive nere (anche qui ci sarebbe da scrivere una pagina): siamo pronte per sporcarci le mani di farina. Ma lo vogliamo veramente fare?? Oh sì, ormai la musica è partita e dobbiamo ballare!
Le polacche ci forniscono una specie di catino, dentro al quale dovremmo preparare l’impasto. Nel frattempo loro cominciano a tagliare la mozzarella: ridono come due pazze per via del formaggio che stanno sminuzzando. Io e Laura ci guardiamo perplesse: troppo sale? Poco drodze? Poi anche noi ci mettiamo a ridere come matte, ma per sdrammatizzare la situazione. Saremo responsabili dell’avvelenamento di 5 polacchi.
“Laura, ma ti rendi conto? Sono le 21, stiamo impastando la pizza in un catino per i panni a quasi 2000 km da casa!” E giù a ridere confidando in un miracolo: l’impasto non promette bene. Bene, è ora di metterla a lievitare; faccio una palla di pasta ed incido una croce sopra: è la mia benedizione. Dopo dieci minuti vado a controllare e, meraviglia, le nostre preghiere sono state ascoltate in cielo: la lievitazione è iniziata.
Dopo un’oretta trascorsa in compagnia dei Negramaro, Caparezza ed altri cantanti italiani (la serata consiste anche in questo), l’equipe si dirige in cucina: io spiano, Laura fa la stessa cosa. Con la fortuna sfacciata che abbiamo, troviamo pure una bottiglia di olio d’oliva (davvero inaspettata!). In poco tempo le due teglie sono pronte per essere infornate. I polacchi si fregano le mani e già sbavano; noi preghiamo ancora.
Il momento della verità non tarda ad arrivare:  la prima pizza è cotta. Prima figuraccia: non disponendo di carta forno abbiamo utilizzato dell’alluminio, che, simpaticamente, si è attaccato perfettamente alla pizza. NOOOOO! Per il resto la pizza è buona, siamo soddisfatte! Pancia mia fatti capanna… e mi blocco schifata per la visione che mi si prospetta davanti. I tre ragazzi hanno osato rovinare la nostra creazione con chili di maionese e ketchup. Sforniamo la seconda pizza, stesso problema con la carta. La si taglia in tanti pezzi quanti sono i commensali e diamo un ammonimento ai polacchi: non provate a rovinare questa con tutte quelle salse!! Loro ci pensano un nanosecondo, fanno le spallucce e spalmano un doppio strato d maionese sul loro pezzo di pizza. No, ingrati!! E si giustificano dicendo che a loro piace così, la pizza. Ma le italiane, quelle che sono cresciute a margherite e capricciose, siamo noi! Pazienza, parole al vento… lasciatemi almeno gustare il mio quadrato.

 

... continua

Digitato da Daphne89
martedì, 03 aprile 2007 alle 20:16
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A year ago

Esattamente un anno fa ero seduta un autobus polacco diretto a Bialystok, città della Polonia nord-orientale, al confine con la Bielorussia. Eravamo atterrati da poco, ci stavamo giustappunto allontanando dalla capitale. Mp3 acceso, panino in mano, frotte di  pensieri per la testa: entro poco tempo sarei stata “affidata” ad una famiglia del posto, della quale non conoscevo che il cognome. Era la prima volta che vivevo l’esperienza dello scambio culturale. A ripensarci bene, a distanza di un anno, affrontai la cosa con molta incoscienza. Ricordo ancora l’emozione provata appena entrai nel liceo dei nostri ospitanti, ma il tutto si susseguì con la massima naturalezza, anche troppo velocemente.
 
Per celebrare l’evento, riproporrei i diari di Podlachia. Parte è stata già pubblicata nel blog vecchio, quindi pretendo un po’ di pazienza da chi li ha già letti. Tuttavia ci sono dei pezzi inediti…
 

Diari di Podlachia - Parte I: Il viaggio
Due mesi fa ho preso la pazza decisione di volare in Polonia per una settimana. Confesso che come meta è un po’ insolita, ma l’idea di partecipare ad un gemellaggio insieme alle mie amiche più care mi allettava molto! Del resto chi non vorrebbe allontanarsi dalla solita routine per 7 giorni?

Il momento della partenza sembrava lontanissimo, ma, tra un impegno e l’altro, due mesi passano velocemente. Così senza avere il tempo di pensarci due volte mi sono ritrovata seduta in un autobus in viaggio verso Roma Fiumicino. 
L’aereo decolla, una sensazione di vuoto mi pervade e, prima che riesca a sbarazzarmene, sono già su, dove neanche gli uccelli volano: 10300 metri è la distanza che mi separa dal suolo tanto amato. Ultimo sguardo alle verdi terre italiane ed al luccichio mattutino del mare: per una settimana non vedrò nulla di tutto ciò. Per quanto sia attaccata alla mia terra, non penso che mi mancherà più di tanto: sono curiosa di vivere nuove esperienze e di venire a contatto con altre culture. So che una famiglia polacca mi sta aspettando: mi devo sbrigare!! E poi, 7 giorni sono pochissimi!
L’aquila di metallo vira verso nord-est: Warszawa, here we come! 
Dopo aver fatto due partite a Uno con Laura e Chiara, il boeing comincia ad inclinarsi verso il basso. I tetti di Warszawa, che si fanno sempre più vicini, risaltano nel grigio della pianura polacca.
Laura dice: “Grande pilota, che atterraggio morbido! Non si è sentito nulla!” Al che la guardo con aria perplessa e nel giro di qualche secondo atterriamo sul serio con un bello scossone. Come si dice in queste circostanze? Le ultime parole famose? L’aereo tocca il suolo straniero, tutti si slacciano le cinture e balzano in piedi per raccogliere le proprie cose. Freneticamente i 26 sfollati (la cui età media è 22 anni … contandoci pure i prof!) si affollano intorno alle uscite. Ed ecco di nuovo la luce. Un pallido sole che mi osserva da dietro una leggera coltre di nuvole; l’aria che mi lambisce il volto è inaspettatamente mite. “Noooo! Ho portato maglioni e maglioni! Beh, alla fine è meglio così…”  Mentre scendo la rampa fuxia (cavolo tutto è fuxia in questo luogo) accendo il cellulare e sono accolta dall’operatore locale PL PLUS… in fondo non mi sento poi così spaesata. Tra tante parole incomprensibili colgo i discorsi di altri turisti italiani. La navetta ci porta in aeroporto, prelevo il bagaglio, esibisco il mio documento all’uscita, striscio il mio trolley per alcuni metri e siamo di nuovo fuori: il mezzo che ci porterà a destinazione è lì, davanti a noi. Sono in Polonia, a Varsavia,a 1300 km da casa e tra qualche ora conoscerò la famiglia presso cui dimorerò per sei giorni.  Ma ancora non mi rendo conto di tutte le emozioni che proverò!
Tutti in carrozza, si parte per Bialystok, una città più grande di Perugia a 3 ore di bus dalla capitale polacca. Dopo aver volato per 2 ore al di sopra dei territori europei avevo dimenticato le familiari vibrazioni dell’asfalto. Le tre ore di viaggio trascorrono più rapidamente del previsto: mentre i passeggeri socializzano, di fuori si fa buio: il cielo grigio perla che ci aveva accolto diventa pian piano antracite e poi nero come la pece. Tanti puntolini luminosi brillano signori sulla volta celeste: le luci della città sono ormai lontane, non un lampione, né un segno di urbanizzazione per chilometri e chilometri. La compagnia, trasportata dalle tenebre, si fa prendere dalla depressione e tutti cominciano a chiedersi “Ma dove siamo finiti?? Dov’è la vita?”. La giornata è stata lunga e stancante a tal punto che in breve persino i casinari della fila degli ultras tacciono: i canti prorompenti si affievoliscono, chi dorme da una parte, chi guarda impaurito fuori dal finestrino, chi ascolta un buon cd in santa pace. Finalmente tracce umane: luci in lontananza!! Nel pullman si scatena di nuovo la bolgia: è infatti sufficiente un’anonima insegna di dominio internazionale, come quella del McDonald, a farti sentire a casa.
I negozi di Bialystok sfilano velocemente davanti ai nostri occhi. L’autista (o autiere, o pulmista, o pulminista che dir si voglia) ci porta presso il Liceum dei nostri “fratelli ospitanti”. Ci siamo. Alcuni polacchi corrono lungo il vialetto antistante la scuola, salutandoci. L’emozione comincia a salire, ma riesco a controllarla. Scarichiamo i bagagli Ewelinamentre gli studenti di Gubbio si ritrovano con i loro corrispondenti. Tra pochi minuti vedrò la faccia di Ewelina, finora non ho che un nome arrivato via fax: Ewelina Janowicz… sembra simpatica! Chi sarà? Forse la ragazza che sta tenendo la porta della scuola? E se non fosse qui? Dove andrò? Ewelina, dove sei? Oltrepasso con piedi e valigia la soglia della scuola: bella, non posso dire che questo! Bella, luminosa, colorata e spaziosa. L’adrenalina sale, tremila emozioni cercano di travolgermi: felice perché sto vivendo un’esperienza ma saggiata in precedenza, in fondo un po’ intimorita, ma allo stesso tempo tanto impaziente di conoscere Ewelina. Vedo facce nuove che ridono e che mi scrutano incuriosite: nel turbinio di voci e colori mi sento chiamare dalla prof, che mi dice 3 parole magiche: “Questa è Ewelina!” Non me l’ero immaginava così, ma non importa, sembra una ragazza in gamba! Ci stringiamo la mano: “Nice to meet you” “Nice to meet you too”.

Il caos emozionale si calma: eccomi, sono qui, ci sono pure gli Janowicz. Finalmente ho trovato Ewelina, che è emozionata tanto quanto me. Mi sono servite poche parole per capire che sono stata davvero fortunata: si prospetta una settimana davvero indimenticabile!


  Diari di Podlachia - Parte II: la famiglia Janowicz
“Ewelina” “I’m Arianna” Stretta di mano calorosa e via: una nuova casa mi sta aspettando e non ho tempo da perdere in saluti e chiacchiere con gli altri italiani. Improvvisamente tutta l’ansia sembra essere volata via: davanti a me, sorridenti nel tumulto del corridoio del Liceum, ci sono il signor Janowicz ed Ewelina. “Prof, tutto a posto, io me ne andrei” mi congedo dalla mia insegnante, lancio rapide occhiate intorno a me per accertarmi che le altre abbiano trovato le loro corrispondenti e mi avvio a grandi passi verso l’uscita della scuola di Bialystok. I rappresentanti della famiglia ospitante mi hanno fatto una bella impressione; il babbo della ragazza si offre per portare il mio trolley ed Ewelina mi fa strada verso la loro vettura. “This is our car” proferisce indicando una Seat parcheggiata nel cortiletto. Mettiamo tutti i bagagli a posto e mi accomodo nel divanetto posteriore. L’emozione di taglia con un coltello, ognuna vorrebbe intavolare un bel discorsetto, ma ancora non si sente abbastanza sciolta: entrambe vogliamo conoscere quanti più dettagli possibili sulla vita dell’altra… così mettiamo da parte le incertezze e ci buttiamo nella conversazione!
Durante il breve tragitto vengo a sapere diverse cosucce: il padre non parla inglese, la madre si gestisce abbastanza bene, a casa hanno un cane ecc ecc.
Ma la notizia che mi ha rallegra  più di ogni altra è senza dubbio la seguente: Laura è ospitata da Ania, la migliore amica di Ewelina. Le due ragazze hanno in programma per noi una settimana esplosiva. “Tell me: is Laura a friend of yours?” “Of course!” “Wow!! I hoped you were good friends because she’s at Ania’s” “I hoped that too!!”
Strafico, si prospetta una settimana con i fiocchi! Non facciamo in tempo a terminare questo discorso che la Seat color oro si ferma davanti ad una casa bianca, situata leggermente in periferia rispetto al centro della città. Scendiamo con i bagagli e oltrepassiamo il cancelletto rosso dell’abitazione. Secondo momento di forte trepidazione: sto per conoscere la mamma di Ewelina e per entrare in casa loro. Saliamo 3 scalini e la porta si apre: mi viene incontro una signora dall’aria cordiale, seguita da un ragazzo di 15 anni circa e da un cagnolino tutto pepe. Al primo piano della piccola abitazione regna una luce calda, proveniente dal camino.

“Have you got your homeboots?” “Sure, but they are in my suitcase… I have to unlock it!!” Rispondo cercando la chiavetta del lucchetto della valigia. In Polonia (come in altre nazioni, credo) è buona regola togliere le scarpe appena si entra in una casa: ero stata informata su questa abitudine e non me ne sono stupita (a differenza di altri che sono rimasti male quando sono stati invitati a togliere le calzature).
Sono ormai le 22.30 di sabato 1 aprile 2006 e gli Janowicz hanno atteso così tanto per la cena: ci accomodiamo sul divano blu del salotto, davanti al quale c’è un grazioso tavolinetto imbandito. In verità non ho molta fame poiché il panino che ho mangiato in autobus mi è rimasto sullo stomaco; tuttavia prendo qualcosa, sarebbe scortese non mangiare nulla. La famiglia è davvero ospitale: la mamma mi dà il benvenuto in italiano (si era munita di dizionarietto di Włosko) e in tv mettono RaiUno. Sono così commossa!! Pizzico un po’ di affettati nordici e annaffio il tutto con dell’ottimo the. Chiacchierando scopro altre cose interessanti: Ewelina adora il the senza limone (come me), ritiene che il calcio sia noioso (come me), non ama particolarmente la Tv, ma preferisce sollazzarsi con il pc (come me), ha un cellulare Samsung quasi uguale al mio! Preferendo di gran lunga la conversazione alla tv, le dico che possono tranquillamente cambiare canale (anche perché del programma della Carrà non me ne frega così tanto). Colgo l’occasione per distribuire i presenti che ho portato dall’Italia: sembra che i due pezzi di ceramica (fortunatamente giunti intatti) siano stati graditi!
La serata prosegue chiacchierando amabilmente in inglese: la signora Janowicz capisce quello che dico e si diverte a rispolverare le sue conoscenze; nonostante utilizzi, di tanto in tanto, qualche parola polacca, la comprendo ugualmente. La figlia la prende in giro dicendo che suo inglese è awful, ma io trovo che si gestisca discretamente.
“When did you leave home this morning?” “Well, I left home at 8.30, then I went to Gubbio where there was the bus which drove us to Roma Fiumicino. Our plane took off at 4 pm and we arrived at Warsaw at 6 pm” “Now you should be tired!” “A bit, but I’m very excited!”
Così si conviene che è meglio dirigersi verso i piani alti, dove sono situate le camere da letto. Ewelina mi mostra la sua stanza, dove dormirò per questa settimana. Mi predispone il letto con le care lenzuola alla tedesca e mi augura buonanotte. “Good night, see you tomorrow morning”


E Buonanotte a tutti! Quasi non ci credo: è il mio primo sonno in terra polacca. Da più di due ore non esce una parola di italiano dalle mie labbra: sono lontanissima da casa, ma, in fondo, oltre il vetro della finestra posso vedere le stesse stelle che sono solite scrutarmi quando cammino per le vie delle mia città.
Buonanotte Podlachia, ci vediamo domani. Ho detto "buonanotte"!! Uffa, ma perchè non riesco ad addormentarmi?? Credevo di crollare immediatamente, ma evidentemente non sono abituata a tutto quel the per cena! Ehi, fermi tutti: forse è il momento propizio... Buonanotte... ma se fosse un sogno??

 

... continua

 

Digitato da Daphne89
domenica, 01 aprile 2007 alle 20:06
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