Scaglie sotto il Neon

 
Una galleria di specchi.
Mi sono persa e non trovo l’uscita.
C’è una luce, dall’alto, che mi illumina il viso.
Il mio e quello delle varie me riflesse nelle pareti.
Osservata, troppo.
Non trovo l’uscita.
 
Vorrei ricambiare gli sguardi, ma non posso che fissare solo una delle mie copie alla volta.
Tante me mi osservano girare e girare, alla ricerca dell’uscita, muovermi male dentro un’uniforme sbagliata
Gli specchi mi guardano e mi deformano: più magra, più grassa, più bella, più brutta, più alta, più bassa.
Distorgono l’uniforme. Repliche tutte diverse, ma accomunate dallo stesso sguardo intenso. Recluse in una lastra di vetro, hanno almeno la facoltà di rinnegare quello schema che indosso. E mi fissano con aria di sfida perché io non riesco ad uscire dalla galleria.
Prigioniera di un’uniforme, prigioniera di uno specchio.
Osservata. Troppo.
 
La luce aumenta, cresce il ronzio che proviene dal neon.
La luce si fa più intensa, come pure gli occhi che incontrano i miei.
Dov’è l’uscita?
Oltre.
 
Oltre gli specchi, oltre le apparenze.
Uscire costa, è un pugno sferrato contro uno specchio.
Scaglie di vetro brillano sotto il neon.
La mano fa male, ma l’uniforme non esiste più.

[Scritto un po' di tempo fa, stasera ero in vena di postarlo qui]

Fanno così tendenza quelle tute blu? Personalmente le trovo orribili. Ritengo che sia molto più fascinoso andarsene in giro con una mano solcata da cicatrici: sono la firma di un passato vivo, sono segni che destano sempre meraviglia, che fanno sorgere domande. Nulla a che vedere con la laccatura perfetta delle maschere di porcellana : esse si dicono libere di improvvisare e di stupire, ma il loro ruolo non rientra che in un pietoso canovaccio. Scontato e prevedibile.
Il carosello prosegue imperterrito. Aspetterò ancora in questa cella, indosserò ancora la mia uniforme: è solo questione di facciata.


 Del resto io sono cittadina del pianeta dell'Inusualità.
E la via per casa l'ho trovata in quel labirinto di rimbalzi di luce.

Digitato da Daphne89
lunedì, 12 maggio 2008 alle 21:56
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L'arcobaleno in una busta

Vorrei regalarmi qualcosa di diverso, di insolito:
l’usualità paralizza anche l’immaginazione.
Vorrei mettere un nastro arricciato su una nuvola,
o su un raggio si sole incartato, e poi offrirmi questo regalo.
 
Una settimana fa desideravo una giornata di pioggia, non di quelle, però, che si preannunciano grigie dal mattino: avrei preferito un acquazzone improvviso, per meravigliarmi e sentirmi piena. Afferrata questa sorpresa –impreparata, senza ombrello- avrei rinnovato il gusto di camminare senza meta tra le vie della città, in quell’ora in cui nessuno, a causa dei rituali quotidiani, avrebbe fatto attenzione ad una figura a testa scoperta sotto lo scroscio.
Mi sarei regalata tanti goccioloni di pioggia, pesanti,
quando persino gli specchi non vedono.
Goccioloni di pioggia, per me soltanto:
sul viso, sui capelli, a bagnare i palmi delle mani.
 
Stasera, invece, avrei voglia di una notte di Luglio: calda, la casa silenziosa ed i muri più amichevoli. Le finestre strafilate, qualche rumore da fuori sussurra l’estate alle lenzuola, più leggere della maglietta che indosso. La pelle odia il cotone, ma non riesce a staccarsene: è caldo, davvero. Le stelle pulsano, come tante lucciole, al di là delle persiane in preghiera e il mio respiro cercherebbe di accordarsi al loro brulichio.
 
Vorrei centomila altre cose, ma, in fondo, mi accontento di un regalo solo: quello che, scegliendo al via del viola, ho deciso di non farmi. Sono sempre più convinta che ciò sia giusto, il rimpianto non esiste: ci sono solo le gocce di pioggia, le stelle di una notte di mezza estate ed una canzone – un surrogato di sogno?
Canto tra me e me – non è TantiAuguri, né un pezzo che andava di moda un anno fa. Canto, ma eviterei di condividere le parole con le tre colonne di questo template ed i pochi che si prenderanno la bega di leggere.
[There’s nothing you can say to make me change my mind]
 
Questo sì, è consentito dirlo, ma il resto rimane una nenia mentale. Ogni sillaba, per me, ha un senso preciso: scritta qui se ne svestirebbe per indossare l’una o l’altra maschera.
Del resto, viola non è un colore. Non è nemmeno un fiore, né una persona, né uno strumento musicale. Tutt’altro.

Continuo a canticchiarmi queste quattro strofe, colonna sonora delle mie ultime ore da 18enne. Il calendario, da parte sua, mi ha regalato un trecentosessantaseiesimo giorno da vivere nel limbo beato nei neomaggiorenni: un giorno in più per pensare, ore in meno per agire. Più tempo vuoto si ha, più diventa complicato gestirlo; paradossalmente, quanto più l’organizer risulta intasato, tanto più si rivela semplice incolonnare un elemento dietro l’altro.
 I 18 sono esplosi in un bellissimo vortice di coriandoli (c’era il viola anche tra quei pezzetti di carta?), che dopo essere rimasti sospesi in aria per poco si sono depositati tacitamente a terra. Ora me ne rimangono in pugno pochi, quelli che si erano impigliati nelle pieghe dei ricordi.
 
Tra poco arriverà la mezzanotte a ritoccare ufficialmente quel numero che credo di aver corretto un po’ in anticipo.

Digitato da Daphne89
mercoledì, 23 aprile 2008 alle 23:58
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The happiest days of our lives - 2

I 100 giorni sono passati da un pezzo, lasciando forse rincarati i nervosismi nella comunità-classe:
Vacanze di Pasqua, andate pure quelle, con le angherie di Marzo capriccioso che ha ricoperto mezza Italia di zucchero a velo.
L'Armistizio è finito ed ora tocca ricominciare il conto di quanti giorni rimangono da trascorrere lì, in quel ... "giardino" governato da degni ... "signori" capaci –pare- solo di estenuanti soliloqui. Non è un centro psichiatrico: a casa le proprio vite, a lavoro impegno e poca teatralità.
Al primo countdown - quello principale e più vissuto - se ne aggiunge poi un altro, che ricorda che il mio ultimo mese da 18enne sta per scadere: ad essere onesti, è da un po' che dico di averne 19, come se l'arrivo del 2008 avesse aumentato automaticamente di un'unità la mia età (cacofonia orrenda). 18 o 19 poco cambia: ciò che importa è il fatto che da qualche tempo a questa parte, l'ho sentito di più il peso di essere entrata nella società di quelli che contano, guidano e votano. Ed avere 19 anni (anche se ancora non del tutto pieni) mi permette di rinnegare quella che, secondo molti, è una verità incontestabile. Ne ho facoltà, perchè sono al di dentro di questo piccolo mondo perverso, visto da loro in maniera così arcadica, un'età dell'oro. Cos'è invece? Una grigia età del ferro, dove il passatempo primario è farsi la guerra? Perfetto, in questo gioco che, fortunatamente, è agli sgoccioli mi autoassegno il ruolo di esule.
 
E poi la verità dov'è? Un po' qui, un po' là: e se è qui, poi accade che le chiacchiere di pollaio finiscono per farla rimbalzare dall'altra parte. Per carità, è bene ascoltare tutti - e per tutti intendo tutte le campane- ma è ancora meglio farsi i sacrosanti affari propri. Campò cent'anni il poro Tizio...

Digitato da Daphne89
giovedì, 27 marzo 2008 alle 17:33
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Equilibrio

Interruttore impostato su pensopositivo mode:
bene, ottimo, anzi, direi pure un eccellente.
Mi sento molto meglio adesso.

Sedare la febbre è in parte questione di volontà: volere è potere. Mi ero adagiata in un tunnel che mi stava risucchiando, non facevo nessuno sforzo per cercare di reagire. Non vedevo ramoscelli a cui aggrapparmi sulle pareti del turbine inquietante che travolgeva il mio mondo, il mio tempo.
Non li vedevo perché non li volevo vedere. Volere significa saper trovare e, talvolta, crearselo il proprio ramoscello. Volere è puntare i piedi per terra quando tutto gira nel senso opposto a quello che si vorrebbe seguire.
Le svolte importanti nelle nostre vite, ugualmente, non possono avvenire senza determinazione. Avevo perso ogni slancio, quella febbre mi stava trasformando: non ero più io -stentavo a riconoscermi allo specchio e nei pensieri. Poi ho puntato i piedi ed ho scritto sul muro indicazioni per ritrovare la via dell’equilibrio.  Sta funzionando, una piccola svolta me la sono data: sono bastati alcuni semplici passi e forse qualche calcio, al massimo qualche pugno.


Sono di nuovo in posizione eretta sul filo - alto, che mi solleva dal fango che ho alimentato con tante lacrime - a dispetto delle forze che cercavano di buttarmi a terra. Sembra persino che il mascara scolato mi sorrida quando, alla sera, prima di lavarmi il viso, vedo la mia immagine riflessa.
È urgente che smetta di vivere in attesa di un domani troppo evanescente per darmi la tranquillità di cui ho bisogno ora. Il tempo non va sprecato, è la cosa più preziosa che ho: nessuno potrà mai darmene un pacchetto nuovo perché ho impiegato male quello che avevo per disposizione divina.
Razionalizzare tutto.
In un mio diario di qualche settimana fa avevo scritto di odiare tutti quei pomeriggi troppo brevi per essere vissuti e quei sabati vuoti ed inutili. Razionalizzare il tempo e riaccendere interessi e rapporti: quando lasci che il grigiore si espanda sulle tue giornate nulla sembra avere senso, tutto trabocca di vuoto. Io il senso lo voglio trovare - fosse anche solo un’illusione momentanea – per riuscire a colorare i pomeriggi con tante attività, e meritarmelo, alla fine, il sabato sera.

 


Digitato da Daphne89
mercoledì, 13 febbraio 2008 alle 23:23
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Diario di una sera di metà inverno

Ormai è diventata consuetudine che questo blog raccolga le riflessioni di fine mese.
31 gennaio, domani si gira di nuovo pagina: entra un nuovo mese. Si chiude il primo capitolo del 2008, primo vero momento in cui ho avvertito la maggiore età.
E' una giornata uggiosa: me ne sto chiusa in casa e penso e cerco di scrivere tutto quello che mi si affolla in testa, che mi tinge l’animo ora di colori distesi, ora di tinte accese. Tento di buttar giù quello che mi si accalca nelle dita, ma le mani mi rimangono quasi paralizzate sulla tastiera. Come se volessi deviare il pensiero su altri oggetti, aggirare punti che non mi piacciono, ma a cui sono rimasta indissolubilmente ancorata a causa di un attrito molto forte. E lo sguardo, quello si fissa fuori, al di là dei vetri rigati di pioggia della finestra dello studio.
Gli occhi guardano oltre nello spazio, il pensiero corre avanti nel tempo.
Sì, con amara soddisfazione ogni giorno strappo un foglietto del calendario e mi dico di tener duro, di sopportare ancora un po’. Allegria, è passato un altro giorno. Poi, guardo in terra i pezzi di carta accartocciati senza cura e distrattamente buttati, fogli a cui prima ero solita raccontare i miei piani, e che ora giacciono relitti sul pavimento.
Il cestino è per i sogni falliti, per i tiri andati fuori rete, non per schemi vuoti e giorni non vissuti.
Giorni ormai morti, passati e senza diritto di cittadinanza né nel Paradiso dei successi, né nell’Inferno dell'umiliazione.
Il tempo passa ed in terra le cartacce aumentano.
Le stagioni passano?
Avverto sempre lo stesso clima di freddezza, da troppo ormai per fingere di star bene.
La luna non c’è, dov’è?
Sono prigioniera di questa gabbia, non ho indumenti caldi, armi o difese: l’unico mezzo di riscatto è l’attesa e la speranza che a luna esista. Ho sempre amato guardare in su, fantasticare su spazi immensi e mondi più puri. Alzando il naso non vedo che grigio: rimango lì, impotente, senza neanche uno straccio di ombrello per ripararmi: l’acqua mi scivola sulle guance, mi bagna le labbra e le ciglia.
Entra in me, che covo questa febbre fino alla nausea.

Digitato da Daphne89
giovedì, 31 gennaio 2008 alle 23:00
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Scalza, con la camicia da notte

Sveglia, è ora. Via da qui, con un ascensore: tutto di fretta, non c'è tempo per fare le valigie quando stai andando sulla Luna.
La Luna sta al centesimo piano. Dalla grande gabbia di cristallo la vedi farsi sempre più grande e tonda. Tu la guardi con gli occhi sognanti di un bambino e tendi le mani verso l'alto per cogliere la sua luce di latte.
Gli indicatori dei piani si illuminano uno dopo l'altro.
Trenta.
Ci siamo quasi; chissà quante persone ci saranno, quante cose vedrai. Chissà quanto sarai libera di far balzare i tuoi pensieri. La Gravità che sulla terra ti tiene ancorata al suolo, lassù sarà distratta e tutto sarà più lieve.
Quarantasette.
Sarà tutto più lieve sulla luna, su quella bolla di latte che pende nei cieli più romantici, come una sfera magica che custodisce i segreti dell'avvenire.
Cinquantasei.
L'ascensore non fa tappa: è solo per te che non hai avuto un minuto per prendere i tuoi effetti personali. Sei stata svegliata dal tuo sonno e, senza il tempo di realizzare che una camicia da notte sarebbe stata rigida, ti sei ritrovata a rimirare la Luna attraverso una parete di cristallo.
Settantotto.
L'ascensore sale. Sei scalza e con la camicia da notte, ma questo non ha importanza perchè tra poco i tuoi piedi cammineranno su un suolo nuovo. Non ci sarà la Gravità, ti rendi conto? Non ti sentirai più schiacciata lassù, sulla Luna, e guarderai la terra dall'alto del centesimo piano.
Ottantaquattro.
Le trame di cristallo brillano ancora di più sotto la luce di latte. Il bottone del piano 97 si illumina, pronta ad allunare? Ti allacci l'ultimo bottone della camicia da notte: il momento è storico e tu sei scalza. Almeno il colletto lo vuoi sistemare.
Novantanove.
Il processo sembra essere irreversibile, la decina sta per scattare e tu sarai sulla Luna. Immaginata talmente tante volte ed ora prossima a diventare realtà. Così bianca, così lattea, così luminosa: ti ha riempito il cuore quando eri sola e tu hai affidato a lei i tuoi momenti più inquieti. Lei ti ha carezzato mentre dormivi, dandoti quel poco di sogno che bastava per farti passare il mal di pancia.
Le porte della grande gabbia di cristallo vengono squarciate da un'ondata di candore accecante. Quando riapri gli occhi, è un alito freddo a dare il benvenuto al tuo sguardo.
Fuori è un deserto di ghiaccio: i crateri sono distese bianche. La Gravità è distratta, ma si ricorda di far scendere i fiocchi di neve verso il basso. C'è gente, troppa, che fa rumore. Credevi di aver trovato la luna, invece è una nuova Antartide.
E sei scalza, e con la camicia da notte.
 
[Non è un sogno fresco di nottata, ma poco conta] 
 

Digitato da Daphne89
venerdì, 30 novembre 2007 alle 21:47
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Oltre una vetrina

Ottobre è finito, comincia un nuovo mese, l'undicesimo dell'anno, del 2007. Ottobre, iniziato sulla fine di una festa che poteva essere festeggiata di più e finito di nuovo in mezzo alla confusione che poteva essere un'altra musica.
Il tempo di fare il cambio di stagione è giunto. Apro il mio armadio e trovo tutto bello ordinato: i maglioni sono impilati su tre diverse colonne, a seconda della fibra e della pesantezza, i nuovi acquisti se ne stanno in cima ad arricchire il guardaroba di nuove tonalità. Il mio armadio mi vuole bene: quando non so cosa mettere, sputa fuori sempre qualcosa di adatto, magari qualcosa di cui non avevo memoria.
Poi c'è una cosa che mi rallegra ancora di più: il fatto di non dovere vedere tra le mie maglie e le mie camicie quell'abito.
Stava diventando un peso, quasi un'ossessione.
Mi piace assaporare ogni momento che mi viene regalato, ma un senso di nausea (radicato) mi faceva desiderare l'arrivo del ponte dei Santi. Ottobre non mi è piaciuto, l'ombra di quell'abito mi ha oscurato il viso in più di un'occasione. L'avevo visto tempo fa in un negozio ed aveva catturato la mia attenzione, subito. Dovevo comprarlo, dovevo averlo, perchè credevo che mi sarebbe stato bene e che sarei piaciuta agli altri con quei colori addosso. Passavo davanti alla vetrina molto spesso e lo vedevo sempre, in pole position, voglioso di essere comprato. Magari da una come me, da me! Chissà quanto costava. Era ancora piena estate allora, e quell'abito non era adatto alla stagione; non va bene comprare capi di lana a luglio. Non è una regola generale, ma odio farlo. Ho aspettato che rinfrescasse, poi un pomeriggio sono ritornata in quel negozio. Ero l'unica acquirente, alla radio passava una delle canzoni più gettonate della mia playlist. Il mio vestito stava ancora lì, sullo stesso manichino dove lo avevo visto la prima volta. La commessa mi ha chiesto se avessi bisogno di una mano ed io le ho chiesto di poter provare quel vestito. Me lo ha sfilato dal manichino, giacchè quello era l'ultimo che le era rimasto. E se non fosse stata la mia taglia? Già credevo di dover abbandonare il piano di metterlo alla festa del sabato seguente. Fortunatamente era una L, la mia taglia.  
Stavo per comprare il vestito che avevo visto centinaia di volte passando davanti a quella vetrina, bastava solo provarlo e sarebbe stato mio; il prezzo era nella media: né proibitivo, né troppo basso.
Non avevo con me abbastanza soldi per acquistarlo, così ho chiesto alla negoziante se, gentilmente, poteva metterlo da parte: sarei ripassata in settimana a pagarlo e a prenderlo.
 Poi lo avrei finalmente sfoggiato.
Sono entrata nel camerino e mi sono sfilata la maglia che portavo. Mi sono messa il vestito, lasciandomi sotto i jeans. Specchio, su, dimmi che mi sta d'incanto. No, lo specchio taceva. Forse sarà colpa dei jeans.
Facevano uno strano effetto: sui fianchi l'abito non cadeva dritto, ma formava una serie di gobbe dovute ai pantaloni. Unicamente orrendo, semplicemente grezzo. Ho tolto pure i jeans, ma lo specchio continuava a tacere. Taceva disappunto. In effetti, visto così, il vestito non era uno spettacolo. Anzi, mi stava proprio male. Avevo desiderato di compralo per giorni e giorni ed in quel momento stavo elaborando piani per scappare via dal negozio ed eludere il patto con la commessa. No, non potevo prenderlo, non l'avrei mai messo, soprattutto il sabato dopo.
Ormai avevo dato la mia parola e tornare indietro non sarebbe stato da me. Cosa fare dunque? Me lo sono tolto ed ho rimesso i miei amati jeans, che da prima avevano cercato di dissuadermi. Ho rimesso pure la maglia, presa la borsa e sono uscita dal camerino. A disagio ho posato il capo sul bancone del negozio e, approfittando della presenza di altri clienti, sono uscita di fretta, come se qualcuno mi stesse chiamando da fuori.
Avevo bisogno di andare fuori, avevo bisogno di aria.
E di aria ho avuto bisogno per tutto il mese di ottobre.
Il problema era momentaneamente accantonato, ma alla commessa dovevo pur far risapere qualcosa. Sono passati alcuni giorni, e poi altri. Ottobre ha ingiallito di più le foglie degli alberi, ma anzichè portarmi consiglio, ha messo un carico sul mio umore.
Giallo pure lui e pressoché a terra.
Alla fine, risoluta, sono andata in quel negozio, per mantener fede alla parola data e pagare quel pezzo di stoffa che stava diventando la mia ossessione. Sono entrata, ma nemmeno il tempo di dire una parola che la commessa, in un tono a metà tra il dispiaciuto ed il sorpreso, mi ha comunicato che quello che doveva diventare il mio odiato straccetto era stato in realtà già venduto. Ad un'altra persona, che non ero io, ad un'altra persona che non si stava angosciando per uno stupido vestito.
Non mi avevano più visto e pensavano - a buon diritto - che non fossi più intenzionata ad acquistarlo. Altri lo volevano e la padrona del negozio aveva fatto il suo interesse: venduto.
Dispiaciuta? Affatto, mi sento molto più sollevata. Il sabato dopo ho ritirato fuori una gonna dell'anno scorso e l'armadio mi ha consigliato di abbinarci una maglia che no ricordavo di avere. Un po' vecchia, ma mi sta bene e rispecchia il mio stile.
 
Ed ora che ottobre è finito mi sento meglio, più leggera e libera indossare un'idea che stava naufragando.

[Il vestito non è che una rappresentazione allegorica]

Digitato da Daphne89
domenica, 04 novembre 2007 alle 21:25
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Camomille mood

Bene, oggi sono di buon umore e - cosa alquanto mirabolante- la fonte di questa bottata di ottimismo è proprio lei, la scuola, che tanto insulto e che tanto mi delude, che anche stamattina, per strada, ho avuto modo di criticare. Solo in momenti di apatica lucidità riesco a trovare qualcosa che davvero apprezzo tra quelle quattro mura grigie*, qualcosa che suona molto come laboratorio teatrale. Mi rilassa e mi tiene vigile, stimola la creatività e dà spazio alle singole voci. Individuali. Non come il resto che vuole appiattire tutti dietro l’etichetta di “classe” o di “istituto”, o peggio ancora, dietro l’immagine di un insegnante. Il gruppo di teatro è una piccola oasi felice, distaccato dalla filosofia che regola l’istituzione scolastica.
Indossiamo sì vestiti neri, neutri, in modo da risultare uguali esteriormente, ma la veste che ci accomuna non è altro che un faro puntato sulla nostra interiorità, intesa anche – e soprattutto - come individualità. La divisa è un amplificatore che fa risuonare le voci di ciascuno all’interno di un coro (co)ordinato. L’aspetto esteriore, del resto, fa parte dell’etichetta, serve isolare ciò che c’è sotto. I capi neri che portiamo sanno chi c’è al loro interno: ripetutamente abbiamo urlato i nostri nomi – per conoscere gli altri, per capire se stessi, per dire “ci sono anche io” senza paura di farci sentire – finchè le fibre dei tessuti non hanno assorbito qualche goccia della nostra personalità.
Neri, ma in modo diverso. Portiamo, abbiamo, farci. Noi. Già, cosa dire della compagnia di quest’anno? Inaspettatamente dilatata rispetto ai numeri degli anni precedenti: le new entries sono quasi tante quante le vecchie facce. È un bene, ne sono veramente contenta; poi parecchi mi sembrano validi, potenzialmente duraturi in un laboratorio così. Spero solo che non si stufino presto e continuino.
 
Poi cosa mi dà la scuola di cui essere felice? Mi impegna, in vario modo, e mi fornisce spunti. Dire che ciò mi rende felice forse non è appropriato; sarebbe un tralasciare i vari momenti di disappunto e le lamentele per i compiti inutili. Però mi tiene impegnata, il che è un ottimo sedativo per combattere la depressione-da-ozio. Gli amanti del divano ed i cultori della ginnastica del pollice forse non comprenderanno ciò; io, invece, non capisco loro, non mi capacito di come i cuscinotti del sofà non incutano loro la voglia matta di farla finita. “Morto per asfissia: suicidatosi con un cuscino” una di quelle morti ingloriose su cui giornali e telegiornali ricamerebbero per giorni, attirando l’attenzione di un’audience sempre più interessata alle disgrazie degli altri.  Ok,, mettiamo da parte le fantasie apocalittiche. La noia rimane una tortura bestiale e il divano uno strumento deleterio. Poi ci sono situazione opposte, ma l’abbondanza è sempre accolta con il sorriso. A volta, infatti, la scuola tiene fin troppo impegnata… come stasera. Teoricamente avrei ancora da vedermi un po’ di cose (e per cose voglio dire capitoli), ma ormai il dado è tratto: è tardi e voglio prendermi un po’ di tempo per me, perché anche scrivere e lasciare fluire le parole in modo spontaneo e disordinato mi rilassa. Proprio come laboratorio teatrale.
Autoraccontarsi è un gioco utile, comincia tutto dal gridare il proprio nome.
Arianna.
 
*Ndr: non è retorico, il mio liceo è veramente “ricoperto” da mattonelle grigie, uso cesso. Forse l’ho già scritto in qualche vecchio post, ma a questo proposito una precisazione è sempre opportuna.

Digitato da Daphne89
martedì, 30 ottobre 2007 alle 00:10
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