E si parte dal Traguardo
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10 luglio 2008 DIPLOMATA

(continua)

Digitato da Daphne89
giovedì, 10 luglio 2008 alle 20:34
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Quando il gioco si fa duro

Siamo giunti: è l'ora di scrivere la fine dell'opera.
Ma soprattutto, è ora di SCRIVERE!

 

Digitato da Daphne89
martedì, 17 giugno 2008 alle 23:56
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L'arcobaleno in una busta

Vorrei regalarmi qualcosa di diverso, di insolito:
l’usualità paralizza anche l’immaginazione.
Vorrei mettere un nastro arricciato su una nuvola,
o su un raggio si sole incartato, e poi offrirmi questo regalo.
 
Una settimana fa desideravo una giornata di pioggia, non di quelle, però, che si preannunciano grigie dal mattino: avrei preferito un acquazzone improvviso, per meravigliarmi e sentirmi piena. Afferrata questa sorpresa –impreparata, senza ombrello- avrei rinnovato il gusto di camminare senza meta tra le vie della città, in quell’ora in cui nessuno, a causa dei rituali quotidiani, avrebbe fatto attenzione ad una figura a testa scoperta sotto lo scroscio.
Mi sarei regalata tanti goccioloni di pioggia, pesanti,
quando persino gli specchi non vedono.
Goccioloni di pioggia, per me soltanto:
sul viso, sui capelli, a bagnare i palmi delle mani.
 
Stasera, invece, avrei voglia di una notte di Luglio: calda, la casa silenziosa ed i muri più amichevoli. Le finestre strafilate, qualche rumore da fuori sussurra l’estate alle lenzuola, più leggere della maglietta che indosso. La pelle odia il cotone, ma non riesce a staccarsene: è caldo, davvero. Le stelle pulsano, come tante lucciole, al di là delle persiane in preghiera e il mio respiro cercherebbe di accordarsi al loro brulichio.
 
Vorrei centomila altre cose, ma, in fondo, mi accontento di un regalo solo: quello che, scegliendo al via del viola, ho deciso di non farmi. Sono sempre più convinta che ciò sia giusto, il rimpianto non esiste: ci sono solo le gocce di pioggia, le stelle di una notte di mezza estate ed una canzone – un surrogato di sogno?
Canto tra me e me – non è TantiAuguri, né un pezzo che andava di moda un anno fa. Canto, ma eviterei di condividere le parole con le tre colonne di questo template ed i pochi che si prenderanno la bega di leggere.
[There’s nothing you can say to make me change my mind]
 
Questo sì, è consentito dirlo, ma il resto rimane una nenia mentale. Ogni sillaba, per me, ha un senso preciso: scritta qui se ne svestirebbe per indossare l’una o l’altra maschera.
Del resto, viola non è un colore. Non è nemmeno un fiore, né una persona, né uno strumento musicale. Tutt’altro.

Continuo a canticchiarmi queste quattro strofe, colonna sonora delle mie ultime ore da 18enne. Il calendario, da parte sua, mi ha regalato un trecentosessantaseiesimo giorno da vivere nel limbo beato nei neomaggiorenni: un giorno in più per pensare, ore in meno per agire. Più tempo vuoto si ha, più diventa complicato gestirlo; paradossalmente, quanto più l’organizer risulta intasato, tanto più si rivela semplice incolonnare un elemento dietro l’altro.
 I 18 sono esplosi in un bellissimo vortice di coriandoli (c’era il viola anche tra quei pezzetti di carta?), che dopo essere rimasti sospesi in aria per poco si sono depositati tacitamente a terra. Ora me ne rimangono in pugno pochi, quelli che si erano impigliati nelle pieghe dei ricordi.
 
Tra poco arriverà la mezzanotte a ritoccare ufficialmente quel numero che credo di aver corretto un po’ in anticipo.

Digitato da Daphne89
mercoledì, 23 aprile 2008 alle 23:58
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2008

Torino, la settimana bianca, i miei 18, Ischia, la patente, Turckheim, Strasburgo, Tuebingen, Stoccarda, l’inizio dell’ultimo anno di liceo, il matrimonio di Annalisa. Avrei voluto fare un resoconto dettagliato, mesexmese, di ciò che è stato il 2007.
Lo avrei voluto fare ieri sera, prima di andare al cenone, ma di tempo ce n’è stato molto poco. Poi troppo, prima della mezzanotte, o forse ancora poco. Non saprei: la mezzanotte è scoccata, non è ben chiaro quando. So solo che è arrivata sigillando per sempre l’anno appena trascorso e dando vita al 2008.
Il tempo non è che una convenzione ed il mio orologio è impostato sul fuso orario dell’Azerbaigian.
Buon anno:
la mia mezzanotte non ha visto il buio violentato da scintille, c’erano solo due luci fioche a lambire la quiete dell’asfalto.
Buon anno,
non mi aspetto niente di particolare dai mesi venturi, non ho scritto nessuna letterina a Babbo Natale, né lasciato il dentino sotto il cuscino. Nella federa nascondo soltanto la consapevolezza che questo sarà un anno decisivo.
Benvenuto 2008.
Ho voglia di volare.

Digitato da Daphne89
martedì, 01 gennaio 2008 alle 23:53
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Era il 26 settembre 1997

10 anni dal 26 settembre 1997. 10 anni, resi ancor più lunghi dal disagio e dalla precarietà. Dopo così tanto tempo, in tv te ne escono fuori con dichiarazioni del tipo: "L'Umbria è diversa, l'Umbria è migliorata". Che l'Umbria sia diversa, non c'è ombra di dubbio. All'alba di quel fatidico venerdì Assisi, Gualdo e Nocera erano ancora in piedi, sane, normali, festose. Assisi, come sempre, era affollata di gente, soprattutto turisti; Gualdo si apprestava a vivere l'edizione ‘97 del Palio di San Michele Arcangelo: tutto era pronto per la festa, i cittadini fremevano in vista delle tre giornate più calde della vita della città. Invece l'eccitazione di tutti terminò poco dopo le 11.30, quando la terra tremò forte.
Facevo la terza elementare, lo ricordo benissimo. Eravamo tutti in classe e la maestra ci dettava qualcosa sui fenomeni naturali; proprio qualche giorno prima avevamo parlato di vulcani e terremoti, senza capire cosa fossero. Non sapevamo che di lì a poco avremmo conosciuto direttamente lui, sulla nostra pelle, sotto i nostri piedi. Scrivevamo gli appunti, ma qualcosa nell'aria non funzionava, me lo sentivo. Avevo paura, un sentimento inspiegabile ed ingiustificabile, temevo che stesse per succedere qualcosa. Durante la notte c'era stata una scossa, ma io non l'avevo avvertita, non sapevo cosa fosse il terremoto, forse non pensavo che potesse essere reale.
La scossa della notte non aveva provocato che lievissimi danni: la mattina tutti erano andati a lavoro. Era una mattina come tante, a parte quell'inquietudine e quel foglio di appunti sui fenomeni naturali che non mi convinceva. Ricordo che non lasciai nulla sotto il banco: stranamente alle 11.30 tutta la mia roba, salvo il quaderno che stavo usando e l'astuccio, era ben riposta nella famosa cartella verde con l'orsetto cucito sopra. Me lo ordinava quello strano sentimento. La terra tremò più volte e ripetutamente, piano, tanto che la maestra ci rassicurava sul fatto che quelle vibrazioni provenissero dall'asilo, situato al piano inferiore. Poi con impeto il terremoto si presentò sul serio, con un boato che non dimenticherò. Noi rimanemmo lì, sui banchi, senza quasi staccare la penna dal foglio. Ricordo di essermi voltata verso la mia compagna: aveva il piano del banco disseminato di elastici che danzavano disordinatamente. Nessuno si mosse per uscire dall'aula, nemmeno la maestra ci disse nulla. Il moto caotico degli elastici sembrava molto interessante. Poi scese mia madre ad intimarci di evacuare la stanza. Allora presi la cartella –era stato un bene averla preparata, detesto anche oggi perdere di vista i miei effetti personali-  ma mi obbligarono a lasciarla l “E’ già pronta, l'ho preparata!” “ No, è importante salvare la pelle, non le cose. Per quelle c’è tempo”.  Non capivo. E continuai a non comprendere la situazione a lungo. Mia madre mi portò via, verso casa: non vedevo l'ora di partire da quella situazione di terremoti e confusione, tornare a casa in mezzo alle mie cose. Appena varcata la soglia di casa cominciai a capire qualcosa: "Prendiamo qualcosa da mangiare e andiamo in un luogo sicuro" "Mamma, ma siamo a casa" "Sì, ma non è sicura adesso"
Adesso avevo capito cosa fosse il terremoto. E' qualcosa che ruggisce dal profondo della terra e ti costringe a trovare riparo sotto le stelle, perchè almeno quelle non ti crollano addosso. E' qualcosa che ti fa stare in allerta, che ti fa sussultare ad ogni minimo scricchiolio, che non ti fa dormire tranquillamente perché può arrivare in qualsiasi momento. Poi ti distrugge casa, fa crollare chiese, polverizza affreschi, uccide persone sotto quintali di macerie.
La mia casa non subì gravi danni, tuttavia lo sciame sismico, che durò diversi giorni, ci tenne lontani dal nostro caro nodi per un bel po'. Prima da mia zia, poi a Perugia. Almeno noi avevamo un letto e un tetto. Tanti furono sistemati in tendopoli improvvisate, per poi andare a vivere in freddi container per anni, in attesa dei lavori di ristrutturazione. Chiediamolo dunque a queste persone quanto sia stata piacevole l'esperienza del terremoto. L'ultimo campo container è stato smantellato circa 2 anni fa. Le città sono state ricostruite, ma solo in parte. Non è tutto come dicono al tiggì, loro. Prendiamo la stessa Gualdo, dove abito: le campagne sono piene di ville, è vero. Sono arrivati i contributi e quelle che erano emerite bettole (indipendentemente dal sisma) sono diventate ville principesche. D’altro canto il centro storico è ancora, per la maggior parte, come lo lasciò il Sgrullino nel 97-98. Già, perchè un'ulteriore botta ci fu inflitta nell'aprile seguente.
 Anche se, come ho già detto, la mia casa non subì gravi danni, è comunque necessario fare dei lavori di consolidamento. Sono passati 10 anni ed ancora non abbiamo potuto far nulla, nonostante abitiamo nel cuore della città. Non sarà ora di ridare vita al centro? Con tutti gli edifici di maggiore interesse culturale il turismo è praticamente morto.
Non so proprio in che senso sia migliorata l'Umbria. I politici dicono ciò, pure la Protezione civile si associa al coro. Loro lo sanno cosa vuol dire stare anni confinati in un container? Di soldi, di contributi ne sono arrivati. E saranno arrivati anche nello loro tasche.  Nel frattempo, però, Gualdo e Nocera si sono atrofizzate, i centri storici hanno perso la posizione di un tempo, il turismo è colato a picco.

Migliorata quest'Umbria? Stiamo così bene da dire "Grazie terremoto, per fortuna che ci sei tu"? E' un'ipocrisia bella e buona, non si dimentica facilmente l'immagine del soffitto della Basilica superiore di Assisi che si disintegra come una piramide di carte da ramino.

Digitato da Daphne89
mercoledì, 26 settembre 2007 alle 23:43
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Ultimo primo

Eccoci alle porte di quello che sarà il mio ultimo primo giorno di scuola. Sono grande, è questo ciò che dice il cartellino attaccato sulla porta della mia aula: frequento il quinto anno di liceo scientifico. Sì, sono prossima alla linea di arrivo.
Ma quella cartella verde che fine ha fatto? Sta ancora nell'armadio del fondo, credo che la custodirò a vita come reliquia, come amuleto per la mia carriera.
In fondo non sono poi così diversa da quando la sfoderai il mio primo primo giorno di scuola. Sono cresciuta interiormente, culturalmente e fisicamente, ma molti mi dicono che conservo sempre quel viso di bambina. Forse non tutti sanno che non ho ancora buttato la mia prima cartella, quella verde con l'orsetto cucito sopra.
Ben dodici anni sui banchi di scuola sono passati, di cui quattro nel liceo che mi ospiterà ancora per qualche mese. A pensarci bene, questo è il periodo più lungo che ho trascorso con la stessa classe, nella stessa aula dello stesso istituto.
Annoiata dal ripetersi periodico delle situazioni e delle facce? No, quest'anno non sento questa sensazione. Quello che mi anima è, invece, una sorda curiosità per quello che sarà un anno diverso, l'ultimo da liceale. 18ennne, patentata, con davanti a sé quello che è ritenuto l'esame per eccellenza: un anno diverso, sicuramente.
Quest'anomalia si riscontra anche dalla rottura di una ferrata consuetudine: dai tempi delle medie, i primi giorni di lezione, non porto un solo libro, cosa che mi evita di tirare subito fuori lo zaino. Domani -anzi, giacché l'ora è tarda devo dire "stamattina"- lo zaino sarà in spalla, e pure pieno di roba. Forme che non assomigliano certamente a blocchi di fogli. Ma guarda te, cosa mi riduco a fare in quinto.

In bocca al lupo a tutti, beviamoci su per inghiottire ciò che non va.
Vorrei un sorriso solo, non 19 ghigni.
Alla nostra.

Digitato da Daphne89
martedì, 11 settembre 2007 alle 00:39
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Un anno di onorato servizio

Se la memoria non mi inganna - e qui dovrebbe venirmi in aiuto l'archivio dei post vecchi - un anno fa mi accingevo ad impiastrare con un intervento di circostanza questo blog neonato.
Tanti auguri al mio diario online, il secondo a cui ho dato vita. E tanti auguri a me medesima, in quanto dietro a tutto questo rituale webbico non c'è altro che la mia ombra avida di circondare di rosso le date sul calendario.
Ora il ciclo delle stagioni ricomincerà ed andrà avanti, lo stesso degli ultimi 365 giorni anche se diverso. Ci saranno ancora il rientro a scuola, il palio, il Natale e poi l’anno nuovo, garante delle buone intenzioni e deposito dell’imprese di dodici mesi ormai impacchettati. Dopodiché arriverà il 2008, un foglio bianco, con una quadrettatura molto sobria.
Questa, per certi versi, sarà un'altra storia, a dispetto delle stagioni che si ripetono sempre con la stesso ordine: la Daphne89 che un anno fa diceva essere cambiata e di avere smania di novità in realtà non ci aveva capito molto; la stessa Daphen89 ora ha la presunzione di aver messo un po' di ordine in quel puzzle che giace ancora incompleto sulla sua scrivania, ma al tempo stesso, ha l'umiltà di ammettere che è difficile incastonare le varie tesserine nella cornice che è riuscita a focalizzare.
Riprendo quanto scrivevo lo scorso settembre - e qui controllo pure che non stia festeggiando un anniversario inesistente. Novità, novità, novità e pazzie in avvicinamento: ecco cosa mi aspettavo - o forse quello che volevo. La sensazione non era fallace: le novità ci sono state, ma in tutt'altra direzione. Ci sono state comunque, hai voglia se ci sono state. Via il telone rosso, facciamo sì che la realtà sia lasciata a nudo: nuova no? Te l'aspettavi diversa? Sì? Ebbene, ecco come non te la immaginavi.
I 18 anni, poi, hanno cosparso le rivelazioni di una buona dose di cinismo: non si tratta di ridere in faccia al pericolo, ma di sorridere in faccia all'ipocrisia. E' facile, funziona un po' come la legge per taglione: occhio per occhio, dente per dente, presa per il culo per presa per il culo.
Ritornando al compleanno del blog, che dopo tutta questa broda è passato decisamente in secondo piano, direi che è proprio ora di fare un regalino a questo mio pazientissimo amico. Me ne duole che debba giungere in ritardo, ma a caval donato non si guarda in bocca e... non si guarda nemmeno il calendario. Tra un po' - e questo sì che è un complemento di tempo indeterminato - mi deciderò a rimodernare l'arredo da queste parti, manca solo quel briciolo di ispirazione.
Intanto, visto che mi presento a mani vuote a questa festa, auguro al sito di crescere forte e sano e di essere aggiornato con cadenza quasi regolare, in modo da non presentare buchi preoccupanti nell'archivio. Di conseguenza auguro alla scrivana che sta battendo queste stesse parole di continuare a riversare qui i suoi pensieri, le sue paranoie e le sue interminabili e noiosissime (a volte omesse, fortunatamente) cronache: spero che il vento le porti davvero del materiale su cui lavorare e novità capaci di farla discorrere a lungo. Novità positive, s'intende, ed eventi lieti, come ce ne sono stati in quest’anno ormai concluso e raccontato in più di 70 interventi.

Digitato da Daphne89
martedì, 04 settembre 2007 alle 01:30
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Bari è tra noi

Ed una nuova amicizia si concretizza, nata anch’essa quasi due anni fa in un ameno forum di adolescenti. Stavolta ho la fortuna di giocare in casa, fattore che mi conferisce il diritto-dovere di fare da Cicerone al mio ospite.
Appuntamento alle 10 davanti alla cattedrale di San Benedetto: dopo qualche minuto ecco che Claus arriva, in tenuta da turista, ma con i Ray-ban che ho visto in decine di avatar.
Ho avuto la stessa sensazione che ho provato circa un mese fa ad Ischia, all’incontro con l’esimio founder del suddetto forum: ho rivisto un amico, un amico di vecchia data, e mi ha fatto davvero piacere stringergli la mano. È stata la prima volta? Sì, no, boh. Si è parlato talmente a lungo in chat che la “stretta di mano” sembra quasi un dettaglio secondario.
Riunita tutta la truppa, facciamo un salto alla Pro Tadino per prendere un po’ di materiale informativo e poi via, a zonzo per i vicoli di Gualdo, armati di chiacchiera e fotocamera.
 
È strano doverlo dire, ma girando la città con gli occhi accorti del forestiero, ho avuto
anche occasione di notare particolari che la consuetudine mi aveva celato. Anzi, è quasi ridicolo ammetterlo, Gualdo non è mica una metropoli.
Il tour tocca le varie chiese del centro, la Rocca Flea con il suo parco ed, infine, le fonti della Rocchetta (che, come molti avranno potuto constatare ieri sera su Rai3, vanno incontro ad una progressiva decadenza; a chi attribuire la colpa, beh, questa è un’altra storia). Al di là dei monumenti, che, per essere cinici, si riducono a mucchi di pietre fredde, è bello far conoscere agli altri il proprio paese attraverso aneddoti e personaggi folkloristici: il fruttivendolo dei pupazzi, lo scemo del villaggio, il proprietario della scuola guida…
Il tour prosegue nel pomeriggio in quel di Gubbio, tra l’altro in pieno Torneo dei Quartieri.
Bari ha confermato di essere un tipo simpatico e dalla chiacchiera sempre pronta… direi quasi logorroico. Non è un’offesa, tutt’altro! Se all’interno del FF non fossimo stati tutti quanti tali, probabilmente non avremmo nemmeno avuto ragione di incontrarci sul serio.
Ale, mi hai portato a spasso per il corso di Ischia; Claus, hai avuto la pazza idea di fare tappa qui durante le tue vacanze di Ferragosto. Rimangono Ivo (che per un’imperdonabile disorganizzazione non ho incontrato lo scorso gennaio quando ero a Torino) e Pity: non mi sfuggirete a lungo! FFday o meno, ci stiamo incontrando a riprese, ogni volta in un teatro diverso. Spero di potervi vedere/rivedere al più presto.
 
Intanto, grazie mille a Claus per la visita, la sopportazione (forse come guida turistica voglio correre un po’ troppo) e le orecchiette… veramente buone!

Digitato da Daphne89
giovedì, 16 agosto 2007 alle 00:31
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