Ischia - Coming back home
Dopo aver perso una notevole quantità di acqua e di massa adiposa, con il gentile contributo del solleone, che a metà Luglio comincia a farsi sentire sul serio, sono finalmente in viaggio verso casa, su un giallo bus, come lo ha chiamato la hostess dell’agenzia (Ilka, una tedesca che non spiccica due parole di italiano, né si azzarda a sputare abbozzi di frasi in inglese).
Sono le 13.40, la temperatura all’esterno (stando al termometro, ma non mi fido) è di 30°C. Abbiamo da poco imboccato l’autostrada e la velocità del giallo bus è entro i limiti. Mi trovo comodamente assisa verso la fine del veicolo, con le gambe penzoloni sul corridoio. Benedetto sia quest’autobus: starci seduti è tanto confortevole quanto non lo è utilizzarlo a guisa di scrittoio. Balla tutto, quello che scrivo sembra la traccia di un sismografo. Tuttavia non mi sono riappacificata totalmente con la stirpe dei pullman.
Il gran turismo è pieno di passeggeri: dalla mia postazione, oltremodo strategica, viene naturale gettare sguardi intorno per vedere in che modo ognuno ha deciso di ingannare il tempo dello spostamento. Tranne la mia famiglia non conosco nessuno, so solo che scenderanno via via che si toccheranno le fermate previste: Terni, Spoleto, Foligno, Ancona, Cesena. Caricare i bagagli è stato una piccola impresa, il cui protagonista è stato un autista che non riusciva proprio ad improvvisarsi Ercole. Costui, tutto sudato, sragiona e si ostina far aspettare tutti sotto il cosiddetto schioppo del sole, lì al terminal autobus del porto di Napoli. Devono ancora arrivare i signori che scenderanno a Ancona, cioè quasi per ultimi. In modo da rendere più facile lo scarico delle valigie, i marchigiani dovrebbero caricare all’inizio. Non ci sono e non i smuovono ad arrivare. Il conducente cerca di mantenere un contegno ed un aspetto adeguato alla cravatta che gli pende dal collo, ma tra il caldo e le lamentele dei vacanzieri impazienti che cominciano a postulare nuovi modi per rendere altrettanto facile la discesa, formula una teoria tutta sua circa le modalità di carico del bagagliaio del bus. Sorvolando su determinate querelle e sui vaff* rimasti appesi alle lingue di molti, si sale sul mezzo, ormai posseduto da una sensazionale sinfonia di olezzi. Olé: mix di Eau de Ascell e di salame.
L’autista sale in vettura, boccheggiando e tappandosi il naso come gli altri 50 presenti. Mette in moto e, ammiccando (lui in questo momento è l’unico ad avere il potere) accende l’aria condizionata. Tante mani grassocce, le più smaltate di rosso, si levano in alto come in ringraziamento di un dio sito sul tettuccio del bus. Avidi di frescura spalancano ogni bocchetta capiti loro a tiro. – Infedeli, l’aria gelata vi farà morire tutti. Bwahahah – E chiudo la bocchetta che mi sta sopra il cranio giacché il sudore sulla schiena si sta lentamente cristallizzando. Con destrezza poi (modestia a parte), tappo pure le altre due bocchette che mi molestano, dopo aver opportunamente atteso che la signora seduta dietro di me si sia assopita (cosa che non tarda a verificarsi). In breve i più cadono nella fase Rem; i superstiti, coadiuvati dal ritmo incalzante dei gorgoglii sincronizzati, si dedicano alle più disparate attività ammazza-tempo. Impossibile non focalizzare un attimo l’attenzione su una scenetta divertente.
Un uomo, passati nemmeno 5 minuti di viaggio, chiede al gran capo se funziona il televisore. Ricevendo un responso negativo, aggrotta la fronte e si abbandona alla disperazione più nera. Doveva vedere il motomondiale, cavolo! Niente televisore a guastare il silenzio degli addormentati: spargo idealmente petali di rosa in giro, in segno di riconoscenza per la grazia ricevuta. Un ragazzo, che siede un posto più avanti dell’uomo disperato, sfodera dalla tasca il suo amato videofonino tre, nero e lucido. Lo tira fuori e far ruotare lo schermino, gasatissimo; poi, ammiccando, sfila l’antenna. L’uomo dietro passa al momento “rosicamento”. Il ragazzo, forte del suo piccolo gioiellino portentoso, si butta in un’affannata ricerca di canali. Cambia, va avanti a casaccio: si tradisce! Vuole solo far rosicare il vecchio, a lui non interessa guardare la tv su quel cosino minuscolo. Ma si tradisce. Riesce comunque nel suo intento: il vecchio sta rosicando alla grande. Ora succede qualcosa di imprevisto che increspa la superficie del mare: l’immortale batteria dell’infallibile LG dà segni di stanchezza. Il ragazzo è costretto a compiere una manovra d’emergenza: chiede quindi ausilio alla sua ragazza, che a sua volta sfodera un altro videofonino tre, stavolta grigio metallizzato. Il tipo si sintonizza su un programma a caso, sembra essere un programma di sport. Anzi, è proprio il motomondiale! Le corse, inaspettatamente, destano l’interesse del tipo, che impugna il telefono come se fosse una reliquia, tenendolo rigorosamente lontano dalla portata del vecchio. Questo, per quanto sporga il suo collo di tartaruga non riesce a distinguere un fico secco sullo schermino, indi continua a rodersi il fegato. Vorrebbe dire alla moglie “Cara, compriamone uno anche noi”, ma la sua acida consorte è immersa a capofitto nella lettura degli ultimi pettegolezzi della corte di Elisabetta II d'Inghilterra. Il pover uomo, a questo punto, si mangerebbe volentieri il cappello, ma gli tocca pure la sfortuna di non disporne. Del resto la canicola di luglio bandisce certi fronzoli inutili. Allora si strapperebbe i capelli, ma, ahimè, non ha più nemmeno quelli. Chissà quante pene ha dovuto patire in passato per ridursi la testa a boccia da bowling. Oh pover'uomo!
Il ragazzo è così rigonfio di orgoglio tecnologico che, senza sforzo alcuno, resiste al crampo che è diventato sovrano della mano che funge da reggifonino. Tutto a un tratto ecco che il segnale tv viene meno: il ragazzo è scosso da un subitaneo fremito, non sa quale altra diavoleria improvvisare per non far morire il suo piano diabolico. Non ha altri videofonini da chiedere in prestito. Panico totale e poi resa. Deluso e sconfitto abbassa antenna e cresta e rende l’aggeggio, ormai superfluo, alla sua fidanzata. Di fronte a questo imprevisto e definito fallimento, l’uomo-desideroso-di-tv si rallegra: tre capelli neonati si fanno largo in mezzo alla pelata, come ramoscelli d’ulivo all’epoca del Grande Diluvio. Il vecchio esulterebbe, ma si contiene: sua moglie sobriamente assorta nello sfogliare la sua rivista di gossip, non vuole essere disturbata. Nel frattempo anche al ragazzo dei videofonini non resta che farsi risucchiare dalla lettura distratta di un giornale di automobili. Ah bistrattata lettura! Ah salvifico potere femminile!
Alle 14 scarse l’autista mette la freccia ed approda ad un’area di servizio. I passeggeri dalle braccia cicciotte gridano al miracolo, osannando al dio Autogrill, già dimentichi della fresca manna piovuta poco prima dal condizionatore.
L’orda, con la bava alla bocca e li occhi iniettati di sangue, si precipita fuori dal giallo bus. L’autIERE informa circa la durata della sosta: mezz’ora. Eh? Dopo 30 minuti di marcia altrettanti di pausa? Nooo, un tacito grido si eleva stavolta dai posti verso la fine dell’autobus. Tutti si affannano ad arrivare al cospetto del dio Autogrill per ricevere segni della sua grazia sottoforma di panini imbottiti di grassi (ovviamente lasciando alla cassa la dovuta offerta). Infedeli. L’orda se ne va a banchettare (30 minuti?? Ma di meno! /Ahò, io c’ho da magnà / Cribbio, attrezzati! Siamo stati bloccati al porto per un’ora.), portandosi via il suo tipico profumo di umanità misto ad insaccati. Pace, silenzio, un giallo bus parcheggiato sotto lo spiombo del sole, vuoto: rosicamento (Potevamo stare un pezzetto avanti a quest'ora!).
Rifocillata, ingrassata e vinta dal caldo l’orda di vacanzieri rientra nel bus <<Infedeli, strafogatevi pure … bwahahaha… Io arriverò a casa leggera come un picchio, voi invece rigurgiterete tutte le porcherie dell’autogrill… bwahahah>>
Quanto dura poco nell’uomo fuoco d’amore!! Eccoli claudicanti che invocano nuovamente i prodigi del condizionatore. La vecchia dietro di me riapre le due bocchette: impreco contro il suo “pesco”. Seduto -se il vocabolo è adattabile ad una postura vegetale- vicino a lei, infatti, c’è un baby pesco incartato… di grazia che non lo ha fatto scendere alla stazione di servizio per farlo sgranchire.
Un altro signore dietro mugola qualcosa di incomprensibile, rivolgendosi all’autista. Poi smoccola, si gratta proprio lì , si accoccola sul sedile e cade tra le braccia di Morfeo con la bocca dilatata in una smorfia di puro godimento pennicoso.
Il viaggio riprende, stavolta a velocità più sostenuta e per svariati chilometri non accade nulla degno di attenzione. Sarà che tutti ronfano, sarà che ANCORA nessuna cotoletta ha tentato di risalire la corrente mettendo a punto una sedizione gastrica. Sarà che, presa dal reportage scritto mi sto finalmente facendo un po’ di sani affari miei.
Terni è stata lasciata alle spalle e riprende la mia voglia di spingere l’occhio oltre il sedile che ho davanti. Strano di come ripugni certi atteggiamenti, ma al contempo perda tempo a scriverci righe su righe. Sono quasi le 18 ed il bisogno di ces… toilette (cough*) è stato placato prima i Terni [ennesima area di servizio, tra l’altro torrida]. È cambiato autista e tutti sembrano meno abulici. Ma cosa accade ora nel bus, in questo clima di novità? Un ragazzo dietro, credo sui 25, continua per la terza o quarta ora consecutiva a giocare con la sua PSP: guardatelo, sta lì lì per essere risucchiato.
L’uomo davanti ha ripreso a rosicare per non aver potuto seguire la corsa delle moto: anche quei pochi capelli pionieri che stavano esplorando la sua calvizie, generati da u impeto di gioia malvagia, si stanno ritraendo nel cuoio capelluto per non arrecare fastidio ad un eventuale –ma poco probabile- pettine. Suvvia, il tizio non è messo così male: a babordo è fornito di una lunga fizza crespa e ribelle che, opportunamente allungata, potrebbe essere investita della nobile mansione di riporto. Anche la fizza, però, benché onorata prematuramente con un tale titolo, perde vigore all’arrivo di una nuova dal sedile accanto: il ragazzo del videofonino continua a sfoderare cellulari all’infinito. Ora un nokia, un samsung, di nuovo l’elleggì di prima…Nel frattempo la signora del pesco – che, dopo le notizie dell’ultim’ora- reputo essere la consorte del tizio con prurito alle parti basse – allunga le gambe sotto la mia poltrona, lasciando intravedere due piedi grassocci smaltati di rosso (puah), calzanti infradito giallo simpson. Orrore, puah!
Meglio gustarsi il panorama umbro che scorre a 100 all’ora al di là del finestrino. Un po’ mi mancava.
[Cronaca del viaggio di ritorno postata con
un tempismo che ha dell'innaturale]
Digitato da Daphne89
lunedì, 30 luglio 2007 alle 23:59
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