Muto

[8 maggio 2007]

Stasera l’aria è tiepida, non tira un soffio di vento. Tutto fluisce tranquillo sotto gli occhi benevoli delle stelle. Non è una notte pungente. Anche gli sguardi, quelli delle persone, sono benevoli. Alcuni si nascondono dietro una timida lacrima che fatica a scendere giù e rigare un volto illuminato dal sorriso, altri fissano un punto all’infinito per ritrovarci occhi conosciuti.
Stasera l’aria calda mi ha carezzato la pelle; il vento ha smesso di tirare e dalla quiete ho appreso a fermarmi, a smettere di vorticare come una foglia secca. Ho appreso che gli occhi di una persona riescono a dire molte più cose di quante ne può cucire la lingua. Un discorso, per quanto ben articolato, studiato e scandito non sarà mai efficace quanto uno sguardo: gli occhi sono intrisi di una carica emotiva estranea a qualsiasi poesia, mostrano di che luce brilla una persona e permettono agli altri di specchiarvisi dentro. Gli occhi non mentono, sono fatti per proiettare la verità. Ipocrisia e falsità non li contaminano. Le parole, invece, sono suscettibili a varie forme di inquinamento: possono essere girate e rigirate, farcite di meschinità e servite con un tono docile.
Con gli occhi questa farsa non esiste: c’è solo un gioco di riflessi e trasparenza. Parole: evanescenti, rumorose. Basta che il vento soffi di nuovo per farle volare via lontano. Gli sguardi trasmettono messaggi  profondi, intensi, che nemmeno un tornado potrebbe far tacere.
Uno sguardo dice tutto ciò che si teme di esternare, tutto ciò per cui non vale la pena sprecare fiato, tutto ciò che si serba dentro per paura di sciuparlo. 
 

Image by Daphne89

Sguardi, sono soltanto sguardi. Muti.

Digitato da Daphne89
giovedì, 31 maggio 2007 alle 00:41
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Runaway

Mi sento soffocare, ho bisogno di respirare. Qui l'aria è così viziata, consumata, mi sta dando alla testa. Devo uscire al più presto, scappare da queste quattro mura senza occhi sull'esterno. Ho bisogno di ossigenarmi, correre a correre finché le gambe reggono. E poi, svalicata la collina, abbandonarmi e rotolare giù, accarezzata dall'erba verde.
Ma sono bloccata qui, rinchiusa. Aprite, sto bussando. Chiamare è inutile, tanto la porta è chiusa. E' chiusa da dentro e la chiave è smarrita: l'ho buttata dalla finestra ed è precipitata per metri e metri.

I've got my things packed
My favorite pillow
Got my sleeping bag
Climb out the window
All the pictures and pain
I left behind
All the freedom and fame
I've gotta find
And I wonder
How long it'll take them to notice that I'm gone
And I wonder
How far it'll take me
To run away

Digitato da Daphne89
martedì, 22 maggio 2007 alle 22:22
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P di Pericolo?

Un foglio può valere più di un misero pezzo di carta. Bianco, leggero, formato A4: non si tratta di un foglio bianco comune, è IL foglio bianco. Su di esso ci sono scritte poche cose essenziali: nome*, cognome, codice fiscale, data di rilascio. Informazioni fredde, burocrazia pura insomma. Ma al di là di  quei quattro dati si cela qualcosa di più profondo e trascendente: libertà, il foglio è stato immerso in un mistico siero di libertà. Grazie al suddetto, infatti, mi è consentito posare le chiappe al posto di guida, carezzare il volante, allungare i piedi sui pedali. Il tutto legalmente (e ci tengo a sottolinearlo). Non che prima non lo facessi, ma ora, che le scappatelle non sono più clandestine, è un'altra musica. Oltre che a infestare a diritto la carreggiata, sono pure autorizzata ad affiggere una mega P (times 500px) sul lunotto posteriore. P, cioè "Occhio automobilisti, ci sono pure io" (parafrasando: cominciate a dire le vostre preghiere).

*Tra l'altro nome sbagliato. Il titolare della scuola guida è riuscito a ribattezzarmi per l'ennesima volta. Dopo Oriana, Adriana, Marianna e Francesca (yuppy! -.-") è il turno di... "AriaNa", una sola enne. Ma come diavolo si fa? Ovviamente ho contestato subito l'errore, in modo da avere un foglio rosa compilato come Dio comanda. Al tempo stesso il foglio bianco, me lo sono tenuto gelosamente. Tié :P

Dopo questo alquanto breve e schizzato preambolo, spendo qualche parola sui risvolti concreti della mia ultima conquista. Quest'oggi, abusando della libertà e del potere conferitomi da tale documento, ho chiesto a mia madre di portarmi a fare un po' di guide. Dovevamo andare a Valsorda, così, già che eravamo sulla via, la mia genitrice mi ha gentilmente ceduto la postazione-pilota. Partenza in salita: la spunto subito, senza nemmeno ricorrere al freno a mano. Ciò mi gasa oltremodo: non bastava l'impeto di orgoglio derivato dal foglio bianco e dalla P! Il viaggio procede liscio come l'olio: faccio gli stop, rispetto le precedenze, non mi emoziono poi così tanto incontrando altri veicoli (e ricordiamo che di domenica la strada che va a Valsorda è un po' più trafficata del solito :D). In breve arriviamo a destinazione, con il vanto di poter dire di aver portato lì qualcuno e non di essere stata portata.

Me felice, me realizzata.

Digitato da Daphne89
domenica, 13 maggio 2007 alle 23:09
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Ein Schritt zuruck - 2

Tutto è volato via, liscio, fluido. Apprezzato: i commenti sembravano sinceri, come del resto erano le espressioni degli spettatori, colte furtivamente durante la rappresentazione. In fin dei conti anche io sono stata soddisfatta.
Ed è un parolone a pensare a come mi sentivo ieri. Non che fossi agitata o particolarmente sconvolta. Tutt’altro, non sentivo l’avvicinarsi del debutto e la cosa mi riempiva di un gran senso di vuoto. No, non pensavo di parlare di soddisfazione, non dopo la riflessione di ieri pomeriggio. Quest’anno il lavoro non è stato molto sentito: partecipazione abbastanza saltuaria, poco entusiasmo infuso dall’alto.
Alla fine, fortunatamente, ci pensa l’attesa in camerino ad incollare il gruppo: si sta tutti lì, stipati, aspettando lo stesso segnale per salire sul palcoscenico. Sono quei momenti trascorsi insieme che zuccherano la performance: si combatte per un ideale comune, si racconta una storia per un sentimento condiviso.
Forse, prima di toccare con mano il prodotto finale, temevamo di presentare qualcosa di scontato, banale, trito e ritrito. Per questo non ci credevamo molto. Lo scorso anno era stata messa in scena una cosa totalmente diversa: un continuo ed incalzante ribaltamento di scena, coadiuvato da opportuni cambi di luci. Stavolta c'eravamo noi, le nostre divise, le valigie, le scarpe vecchie, un garofano e poco altro. Nessun effetto scenico, salvo la proiezione di un video ripreso ad Auschwitz-Birkenau.
Nemmeno dietro le quinte il cuore palpitava. Entriamo: ancora nessuna emozione. Prima sequenza: fissiamo il pubblico, poi ci schieriamo di spalle. Ein schritt zuruck, un passo indietro. E cadiamo tutti, come fucilati. Mi accascio sopra la mia valigia, cado con la faccia a terra, ho il petto schiacciato contro la borsa. Lo spettacolo prosegue con la scena del processo, io sto ancora a terra. Sento qualcosa risvegliarsi, cominciare a pulsare più forte, sento l’adrenalina che mi corre in corpo: il cuore batte, batte fortissimo, ho finalmente ingranato la marcia necessaria. Comincio a percepire il clima giusto, forse la rappresentazione non sarà del tutto vuota. Protège-moi, le immagini dei campi di sterminio, la storia di una vita privata della musica, l'accatastamento dei corpi...
Tutto è volato via, liscio, fluido, senza il tempo di ragionare troppo sui testi e sui movimenti. E’ stato un lampo, ma ce lo siamo goduto. Ci siamo lasciati trasportare aggrappandoci ad un’emozione.

Il pubblico si era aggrappato anch’esso, ci ha seguiti, impeccabile, senza muovere ciglio finchè l’ultimo carillon non ha smesso di suonare.

Alessia, Alessio, Arianna, Chiara,  Eleonora,
Elisa, Laura, Maria, Maria Grazia,
Melissa, Monica, Sario, Veronica


L’esibizione di quella sera fu un successo:
applausi, contenuti e sobri, e forse anche qualche lacrima.
La sinfonia continuerà ora che siamo un'orchestra.
Continuerà.
 
 
Fotogallery:
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Digitato da Daphne89
mercoledì, 09 maggio 2007 alle 23:22
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Ein Schritt zuruck

Accorrete gente, accorrete! 

Quest'intervento ha tremendamente del déjà-vu: il 5 maggio dello scorso anno, infatti, mi apprestavo a vivere Beat. Stesso invito, scritto in Old English se non erro. Stavolta però è il turno di Ein Schritt zuruck: mi auguro che ne esca fuori una cosa piacevole.
Domani sarà una giornata molto intensa: prove a teatro più ritiro spirituale pre-debutto con la squadra. Inoltre in programma c'è un succulento pranzo a base di kebab (tanto per inaugurare il nuovo locale) e  (follie)^3 per seguire il cammino intrapreso oggi. Quale migliore pubblicità di un tour per i corridoi della scuola, in piena ricreazione, abbigliati con i panni di scena? Quattro pazzarielle di nero vestite dovrebbero aver attirato l'attenzione più delle locandine. Nonostante la scuola sia stata tappezzata con le suddette, rimango comunque del'avviso che la popolazione studentesca non ami particolarmente prendersi due secondi per leggere ciò che le passa sotto il naso. Il colpo d'occhio è più immediato. La faccia l'ho persa da tempo [Si citino a tal proposito il pigiama party a scuola e la carnevalata del febbraio 2006]. Ormai non mi scompongo più di tanto per via di commenti poco lusinghieri tipo "Dove cactus vanno vestite così?" o di occhiate oblique. Per prima cosa, chi si permette di dire ciò si specchiasse un attimo: la divisa del laboratorio teatrale è più sobria ed elegante delle varie felpe stellate che di questi tempi si sono impossessate dei corpi dei teenager italiani. In secondo luogo... prima di pronunciarsi, venissero a vedere il nostro spettacolo, breve ma tutto fatto in casa.

Dopo quest'ulteriore pubblicità, dopo quest'ulteriore intervento vuoto, mi accingo a preparare le cose necessarie per domani, evitando di chiudere l'intervento con l'ennesima postilla apologetica.

Accorrete gente, accorrete!

Digitato da Daphne89
lunedì, 07 maggio 2007 alle 22:51
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Coriandoli ad Aprile

È già passata una settimana. Martedì scorso volavano coriandoli nell’aria, satura di una festa che non voleva andare a dormire. L’agitazione, la musica, la voglia di ballare: tanta adrenalina che mi è rimasta in corpo per giorni.
Quando anche lei si convince che è tempo di ritirarsi in buon ordine e lasciare spazio alla normalità, allora cado nello stato catatonico tipico dei vacanzieri di ritorno da una vacanza con la Costa crociere. E stasera la situazione è abbastanza tragica: non mi trovo in una vasca da bagno senza idromassaggio a rimembrare i freschi piaceri della piscina della nave, peggio! sto pisolando sopra il libro di filosofia, con un compito in classe che incombe come una spada di Damocle sul mio cranio.
Per David Hume l’idea è qualcosa che si conserva nella memoria, in forma attenuata, sbiadita. I miei diciotto anni non perderanno colore: rimarranno impressi nei ricordi, nel cuore e nell’album fotografico.

Digitato da Daphne89
martedì, 01 maggio 2007 alle 22:11
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