Ein Schritt zuruck - 2
Tutto è volato via, liscio, fluido. Apprezzato: i commenti sembravano sinceri, come del resto erano le espressioni degli spettatori, colte furtivamente durante la rappresentazione. In fin dei conti anche io sono stata soddisfatta.
Ed è un parolone a pensare a come mi sentivo ieri. Non che fossi agitata o particolarmente sconvolta. Tutt’altro, non sentivo l’avvicinarsi del debutto e la cosa mi riempiva di un gran senso di vuoto. No, non pensavo di parlare di soddisfazione, non dopo la riflessione di ieri pomeriggio. Quest’anno il lavoro non è stato molto sentito: partecipazione abbastanza saltuaria, poco entusiasmo infuso dall’alto.
Alla fine, fortunatamente, ci pensa l’attesa in camerino ad incollare il gruppo: si sta tutti lì, stipati, aspettando lo stesso segnale per salire sul palcoscenico. Sono quei momenti trascorsi insieme che zuccherano la performance: si combatte per un ideale comune, si racconta una storia per un sentimento condiviso.
Forse, prima di toccare con mano il prodotto finale, temevamo di presentare qualcosa di scontato, banale, trito e ritrito. Per questo non ci credevamo molto. Lo scorso anno era stata messa in scena una cosa totalmente diversa: un continuo ed incalzante ribaltamento di scena, coadiuvato da opportuni cambi di luci. Stavolta c'eravamo noi, le nostre divise, le valigie, le scarpe vecchie, un garofano e poco altro. Nessun effetto scenico, salvo la proiezione di un video ripreso ad Auschwitz-Birkenau.
Nemmeno dietro le quinte il cuore palpitava. Entriamo: ancora nessuna emozione. Prima sequenza: fissiamo il pubblico, poi ci schieriamo di spalle. Ein schritt zuruck, un passo indietro. E cadiamo tutti, come fucilati. Mi accascio sopra la mia valigia, cado con la faccia a terra, ho il petto schiacciato contro la borsa. Lo spettacolo prosegue con la scena del processo, io sto ancora a terra. Sento qualcosa risvegliarsi, cominciare a pulsare più forte, sento l’adrenalina che mi corre in corpo: il cuore batte, batte fortissimo, ho finalmente ingranato la marcia necessaria. Comincio a percepire il clima giusto, forse la rappresentazione non sarà del tutto vuota. Protège-moi, le immagini dei campi di sterminio, la storia di una vita privata della musica, l'accatastamento dei corpi...
Tutto è volato via, liscio, fluido, senza il tempo di ragionare troppo sui testi e sui movimenti. E’ stato un lampo, ma ce lo siamo goduto. Ci siamo lasciati trasportare aggrappandoci ad un’emozione.
Il pubblico si era aggrappato anch’esso, ci ha seguiti, impeccabile, senza muovere ciglio finchè l’ultimo carillon non ha smesso di suonare.
Alessia, Alessio, Arianna, Chiara, Eleonora,
Elisa, Laura, Maria, Maria Grazia,
Melissa, Monica, Sario, Veronica

L’esibizione di quella sera fu un successo:
applausi, contenuti e sobri, e forse anche qualche lacrima.
La sinfonia continuerà ora che siamo un'orchestra.
Continuerà.
Fotogallery:
Digitato da Daphne89
mercoledì, 09 maggio 2007 alle 23:22
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