18 anni

Alle 12.18 la fenice ha lanciato l’ultimo grido ed ha preso fuoco. Dalle sue ceneri è nata una nuova creatura, uguale a quella che se ne stava appollaiata sul trespolo fino a qualche istante prima, tranne che per un particolare: una candelina in più sulla carta d’identità. La diciottesima per la precisione. Da ciò segue una serie di diritti e doveri che non sto ad enumerare. In compenso, ecco un reportage fotografico dettagliatissimo della festa di compleanno.

 **Fotoalbum**

Ulteriori commenti sono superflui, lascio alle immagini il compito di illustrare la serata. Mi limito solo a ringraziare -sarà l'ennesima volta, ma la gratitudine non stroppa mai- tutti coloro che hanno contribuito a rendere speciale il mio diciottesimo.

Un grazie alla mia famiglia, che si è fatta in quattro per organizzare il tutto alla maniera baldinellesca.
Un grazie
alle mie socie, che hanno perso ore ed ore di sonno per trovare sorprese da incartare (vista la mole di pacchi direi da "mettere sotto l'albero", ma la stagione me lo scosiglia caldamente).
Un grazie ai Counterfoils, che hanno debuttato in occasione della mia festa, e allo staff(e) nella sua integrità, fisica e morale XD. 
Un grazie a tutti gli invitati, nessuno escluso, che hanno portato lo spirito della festa nella taverna.

Digitato da Daphne89
martedì, 24 aprile 2007 alle 19:46
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Ultimo post da poppante

Mancano pochissime ore. Alle 12.19 di domani sarò ufficialmente maggiorenne. Cribbio, la vecchiaia è più che prossima: le membra sono stanche, la vista è calata,  fantasmi di rughe e di capelli bianchi fluttuano a braccetto nella mia immaginazione. Sarà che finalmente tutto è pronto e mi sto rilassando. Sarà che la iella si è fatta da parte. Sarà il lavoro pre-festa di oggi pomeriggio a farmi sentire il fatidico peso dei 18.
Per fortuna che ho tanti bastoni che mi sorreggono :D Perdonatemi il patetismo (che questi giorni si spreca): grazie a tutti per l’aiuto!
 
Peter Pan, vieni qui a salvarmi! Sei ancora in tempo per portarmi nell’Isola che Non C’è. Mi serve solo un po' di polverina per volare, la strada la trovo da me. Seconda stella a destra e poi dritti fino al mattino, giusto? Però sbrigati… la mezzanotte incalza e la carrozza di Cenerentola sta per ritrasformarsi in zucca. Ok, basta, altrimenti rischio di mischiare troppe fiabe.

Digitato da Daphne89
lunedì, 23 aprile 2007 alle 23:36
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Una al giorno

Ieri sono tornata a casa con un paio di scarpe assurdo: decolleté rosa, scamosciate, con 10 cm di tacco. Mai portati i tacchi in vita mia. Mia madre sostiene che mi romperò qualche arto. Mio nonno ho storto il naso. Mio padre ha commentato con un “Ma un po’ più basse non le hai trovate?”.

Prendiamola con filosofia: anche questa è una sfida ^^
 
Oggi sono andata a tagliarmi i capelli. Stamattina sono partita da casa con la chioma appallottata e legata, sono tornata liscissima e con la frangia. Mai avuta la frangia in vita mia. Mia madre quando mi ha visto stentava a riconoscermi “Ti ho visto ed ho detto –Ma quella è Arianna!- Sai, ti ho riconosciuta grazie alla maglia”. Mio nonno ha scosso il capo. Mio padre mi deve ancora vedere.
Questi 18 anni mi stanno dando alla testa XD
Domani è un altro giorno e potrei combinarne una nuova: temo per la mia incolumità.

Digitato da Daphne89
venerdì, 20 aprile 2007 alle 00:00
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Se la paura fa 90, la iella? 17!

Oggi è martedì 17. Siamo superstiziosi? Ovvio che no. Il 17 ci fa un baffo.
Al contrario oggi deve essere una bella giornata: l’appuntamento con il gestore del Papy è previsto per le 19.30. Più puntuali di tre svizzeri ci rechiamo nel luogo stabilito: il piazzale antistante la discoteca.
Aspettiamo e non si vede nessuno.
Aspettiamo e cominciamo riflettere, studiando il luogo.
Certo che fa proprio schifo: il parcheggio non è asfaltato, il cancello è tutto arrugginito, tra lo stabile e la ferrovia c’è una landa desolatissima ricoperta di spazzatura. Insomma, di giorno fa un altro effetto.
Aspettiamo ed arriva una Fiat alquanto scassata.
Dentro ci sono due loschi figuri; uno scende: scarpe argentate, codino untuoso, cellulare all’orecchio. Signore, fa che non debba avere nulla a che fare con questi XD. Il tizio rimane lì, si dà una grattatina dalle parti del sedere, ci fissa senza proferire parola. Poi si volta e scompare dietro l’edificio, mentre il suo compare fa marcia indietro e se ne va. Deo gratias, non era quello.
Aspettiamo, ma ancora niente.
Le lancette dell’orologio vanno avanti di un buon quarto d’ora; cerchiamo di telefonare al tipo, ma l’unica risposta la riceviamo dalla segreteria telefonica.
Aspettiamo altri due minuti e ci scoglioniamo definitivamente.
Papy cancellato dalla lista delle ipotesi causa degrado ambientale e irresponsabilità da parte del proprietario. Così ci dirigiamo al Cucco’s, con un triste presentimento nel cuore. “Non c’è due senza tre”. Lo Zeta è andato, il Papy pure… manca l’ultima sola per completare la tripletta. Entriamo nel pub e subito la titolare ci informa circa l’impossibilità di affittare una stanza per un compleanno. Usciamo e non faccio in tempo a dire “La sfiga mi ama” che un gatto nero mi attraversa la strada*
Tornata a casa chiedo a mia madre di rammentarmi di lavare i denti prima delle 22, visto che la società dell’acqua ha comunicato un’interruzione dell’erogazione per la notte tra il 17 ed il 18 aprile. Tra cena e telefonate sono stata in ballo fino all’ora “ics”. Di corsa mi fiondo in bagno, impugno lo spazzolino a guisa di brando e… suona la campana delle 22! Corri Cenerentola, lavati ‘sti benedetti denti, altrimenti ti rimane il dentifricio in bocca.
Alla fine, almeno un’impresa sono riuscita a portarla a termine.
 
Prima di andarmene a nanna farò un salto su Ebay per cercare un manuale che insegni qualche trucchetto per debellare la sfiga [anche se il buon vecchio piatto pieno d’acqua non tradisce mai…]
 
*giuro che nessun particolare è stato inventato per rendere più patetica la situazione.
 
Guardiamo i lati positivi. La giornata di oggi mi ha portato a formulare una nuova legge psico-matematica: sfiga*pazienza=costante. All'aumentare della prima grandezza, diminuisce la seconda, secondo un rapporto di proporzionalità inversa
C'è inoltre una seconda legge che impone alle quasi diciottenni di acquistare scarpe il cui tacco è tanto alto quanta è stata la fatica per organizzare la festa. 178+8=186 Muahahahah

Digitato da Daphne89
martedì, 17 aprile 2007 alle 23:38
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Iella

A grande richiesta (???) del fato, ecco un nuovo intervento della serie "baciati dalla sfiga" scritto dall'ormai habituée quattordicenne-stufa-di-vivere.
Oggi, nel primo pomeriggio, dovevo andare a fare due chiacchiere con la proprietaria del locale che avevo intenzione di affittare per il diciottesimo. Ormai ero sicura di farlo lì, avevo chiamato la tizia da una settimana abbondante e mi aveva detto che la cosa era bella che organizzata. Il responso finale, tuttavia è stato: “Alternative ne hai?” Cosa?? Ora?? Cioè, ci rendiamo conto? Mancano 9 giorni alla festa e mi ritrovo senza uno straccio di locale? Adesso che ho già distribuito gli inviti? Vabbé, cancelliamo tutto e ricominciamo da capo.

(scommetto che in questo momento qualcuno sta gongolando...)

Vado ai giardini per riflettere sulle alternative concrete. Poco dopo mi rendo conto di non avere le chiavi di casa: sul cellulare ho pochi centesimi residui che uso per chiamare i miei. Non rispondono, sono rimasta chiusa fuori sul serio. Con me non ho soldi, né giacchino.
Fortunatamente (avverbio che cozza e stride con il titolo del post) ero in compagnia: sono stata a zonzo fino all’ora di cena. Piazza, giardini, carrozzelle corredate di puzza di frittura, Rocchetta.  Da lì, invitata dal sole prossimo al tramonto, decido di tornarmene a casa a piedi. Per strada penso e rimugino e mi viene in mente che la notte scorsa non riuscivo a dormire per via di un sogno agitato: questo benedetto compleanno mi contamina pure il riposo. Cavolo, sognavo proprio di non poter più fare la festa nel posto stabilito. Cavolo due volte: devo completare la scheda di letteratura inglese. E chi ha voglia?
 
Problemi, problemi, problemi: di organizzazione, logistici, che non dipendono da me e che nascono da mie iniziative. Il tempo stringe e non ho un minuto libero per dedicarmi a ciò che vorrei.

Ed in più ci sono altri problemi, non miei, per i quali sarebbe opportuno fermarsi un attimo e dire due parole. O semplicemente scriverle. 
Non posso rimandare.

 


Digitato da Daphne89
domenica, 15 aprile 2007 alle 22:26
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NoiaNoiaNoia

Domani ricomincia la scuola: che noia.
Domani ci sono quattro interrogazioni: che strazio.
Domani si ritorna alla routine monotona del mercoledì:
che pizza.
Uffa, questi interventi da quattordicenne-stufa-di-vivere mi atterrano ulteriormente. Si noti, però, che per esprimere uno stesso concetto ho utilizzato tre diversi vocaboli, per di più senza sfociare nella volgarità.

Dopo due chiacchiere online un'amica, si fa largo una proposta niente male. L'idea mi alletta: chat illuminante, devo ammettere.
Domani potrei fare salina.
In tal caso domani dormirei fino alle 11 ed ora non dovrei starmene qui a torturarmi la mente sugli appunti di storia e su un problema che non torna neanche a prenderlo a cornate.
Una forza interna, tuttavia, mi distoglie da questo roseo progetto.

Senso del dovere, crepa!

Magari, pensando che finalmente concluderemo qualcosa di serio a laboratorio teatrale, che finalmente avremo i risultati di Pet e Delf, che finalmente si arriverà ad una definizione per la sera del 24, che accadrà qualcosa di inatteso, domani non sarà una giornata così grigia.

 

 

Digitato da Daphne89
martedì, 10 aprile 2007 alle 21:53
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RicordiPolacchi - Capitolo 3

Diari di Podlachia - Parte V: Ultimi momenti
Sono quasi le 2 del mattino di venerdì 7 aprile 2006 e la sveglia suonerà tra poco più di tre ore. Solo una scema come me può starsene qui con gli occhi ancora spalancati a fissare la carta da parati colorata della camera di Ewelina. Ci sono molte cose interessati appese al muro: un calendario con una geisha, post-it con parole inglesi scarabocchiate su, foto di classe appese ad un filo per mezzo di mollette da bucato… wow, questo sì che è un attacco d’arte! Metterò l’idea nel trolley e la applicherò all’arredamento della mia stanza una volta ritornata a casa. Ho quasi finito di scandagliare quei pochi metri quadri, quando mi accorgo di una cosa che non avevo mai notato: incastonato in un reparto della libreria c’è un televisore. Poh! Si vede che non me ne frega un tubo di quello scatolone nero...
La giornata di oggi è stata così intensa! Tuttavia non sono stanca e non voglio dormire: sento la necessità di godermi appieno questa “vacanza”, se si può definire così. Potrei passare ore ed ore a spulciare le quattro pareti che mi circondano, ma temo di non apprezzare a fondo la visita della tanto decantata Warsawza. Gli innumerevoli pinguini che affollano le mensole o che stanno placidamente stravaccati sul piano della scrivania, mi guardano con aria nostalgica: tra poco dovrò salutare pure loro. E sarà tempo di lasciare anche quel pesciolino rosso che domenica mattina mi ha fatto venire un infarto: se ne stava immobile in prossimità dell’acqua. “Nooo!! E’ morto! Deficiente di un pesce, dovevi morire proprio ora che ci sono io in questa stanza?? Ora assoceranno il decesso alla mia presenza… gulp!!” Poi, quando mi presentai al cospetto della boccia di vetro per le esequie, notai con mio sommo piacere che ciò che avevo scambiato per morte non era altro che un eccesso di pigrizia. “Dannato pesce!”
Sette giorni fa mi stavo ponendo tante domande circa la famiglia e le persone che avrei trovato a Bialystok: ignoravo tutto quello che mi attendeva, compreso il battibecco con quel simpaticone del pesce. Ora che posso fornire tutte le risposte, sorge un altro interrogativo: “Rivedrò mai questa gente?” Non avrei mai creduto che in una settimana scarsa ci si potesse affezionare così tanto ad una persona.
E’ l’ultimo riposo tra queste lenzuola alla tedesca che mi hanno tenuta al calduccio durante i sonni della trasferta polacca. Ora che ci penso non ricordo sogni delle notti passate: sarà che mi sento già proiettata nell’irrealtà e non ho bisogno di illusioni notturne. E’davvero cincredibile come 6 soli passino velocemente lontano dalla monotonia de banchi di scuola. A dire il vero, il sole non lo abbiamo mai visto; questi giorni ho vissuto in un’altra dimensione: la coltre grigiastra di nuvole ci ha accompagnato per una settimana intera, facendoci perdere la cognizione del tempo: la stessa luce soffusa caratterizzava tutta la giornata, senza distinzione tra le ore mattutine e quelle del primo pomeriggio. Anche i pasti continui ed “indifferenziati” non mi hanno aiutato a scandire il tempo, ma le lancette non mentono affatto, nonostante speri che siano in errore: è proprio ora di preparare la valigia. Lo faccio ora o domani mattina? Uhm… via, comincio adesso, così sono più tranquilla.
Proprio non ho sonno: l’imminenza della partenza mi tiene gli occhi spalancati. Piangerò domani? Odio gli addii, ma non penso che darò sfogo alle lacrime: sono celebre per il mio cuore di pietra. Prenderò in mano i bagagli, mi congederò e mi comincerò a camminare verso l’Italia. Dissimulando tutte le emozioni: sì, penso che andrà proprio così.
Stasera al pub ho ordinato un piatto di patatine fritte con ketchup: che schifo, erano untuosissime. Però le ho mangiate con gusto… strano, io che non amo particolarmente la frittura. Strano anche che il mio debole e vulnerabile stomaco  abbia sopportato tutto senza lamenti. Ops, ho parlato troppo presto: sento strani movimenti ciclonici in zona addominale… Via, non è colpa di quelle porcherie somiglianti a patate che ho mangiato al pub: è un altro tipo di dolore. Si tratta di una sensazione abbastanza familiare, è l’agitazione che mi gioca brutti tiri, mi ci gioco la testa.
Vabbè, vado in bagno, così convinco l’intestino che la partenza non è poi così tragica. Mi alzo con cautela, cercando di non far rumore: sarebbe poco educato far baccano nel cuore della notte. Entro in bagno, accendo al luce e mi ritrovo faccia a faccia con me stessa, riflessa nello specchio: sono sempre io, nonostante il viso un po’ segnato dalla stanchezza. Mi sorrido, ripromettendomi di raccontare per filo e per segno questa settimana, una volta tornata a casa. Mi sorrido, ma gli occhi esprimono ben altri sentimenti: loro non mentono mai. Ciao specchiera, è stato bello conoscerti, ciao doccia, mi hai offerto piacevoli momenti di relax (anche se l’acqua era un po’ fredda!). Torno in camera, altrimenti comincerei a salutare uno ad una tutte le confezioni di sapone, rischiando di diventare patetica.
Sul quadrante dell’orologio leggo un’ora indicibile e mi ordino di infilarmi sotto le coperte.
Buona notte Cielo e buonanotte anche a voi, stelle, sebbene non riesca a vedervi: ci rivediamo in Italia.
 
Yawn… sono le 5.45… sono le 6.00… eh? Che ora è?? Le 6? E’ tardissimo!! Proprio in quel mentre Ewelina fa capolino, preoccupata del fatto che i miei proverbiali anticipi si sono andati a far benedire. Fortunatamente il mio luggage è giù packed. Cavolo, riesco a parlare inglese in questo stati di semicatalessi! Mi levo malvolentieri, ultima capatina al bagno, raccatto i miei averi e vado a fare colazione… l’ultima seduta a quella tavola.
Parlo poco, non è difficile da notare. Tuttavia non sono l’unica a fissare sconvolta il “buzzo” della margarina. Tra 10 minuti arriva il taxi… no!... manca così poco! Ho appena il tempo necessario per prepararmi psicologicamente alla partenza che la vettura si apposta davanti casa. Il conducente carica nel portabagagli il trolley e lo zaino, in maniera ben più fredda di come aveva fatto il padre di Ewelina la sera del mio arrivo.
E’ giunto il momento di salutare la famiglia: smack di qua, smack di là… e ancora smack di qua! Non mi ero ancora resa conto che qui usa dare 3 baci! La prima prova è superata: non ho pianto! Mi congedo con l’augurio di rivederci, ma in realtà siamo tutti consapevoli della scarsa probabilità che ciò si verifichi.
Da dietro il finestrino freddo li saluto per l’ultima volta: mamma, babbo e Mateusz (buttato giù dal letto bruscamente) sono lì davanti a quel cancelletto rosso che mi ero abituata a varcare. Ne sedile posteriore con me c’è Ewelina, che dialoga allegramente in polacco con il tassinaro: ormai ci ho fatto l’orecchio, non mi scandalizza più quell’ammasso, per me incomprensibile, di s e z. Anche il tassista ha un’aria familiare… bah, sarà lo stesso che ci ha riaccompagnata a casa ieri sera. In 10 minuti scarsi si è arrivati a destinazione (contro i 40 necessari in autobus): i pullman che ci condurranno a Varsavia sono lì, pronti a succhiare sangue italiano. A scuola ci insegnano ad abbandonare ogni atteggiamento razzista, poi, davanti ad un centinaio di persone si consumo uno scempio xenofobo: gli italiani su un mezzo, i polacchi su un altro. Cavolo che ingiustizia! Potevo passare altre 3 ore in compagnia di Ania ed Ewelina. Pazienza dormirò un po’… zzz… la steppa, così piatta, concilia il sonno… zzz…
Dopo innumerevoli ed indefiniti km percorsi attraverso quella monotonia brulla, l’autobus sosta in un autogrill;: gli accaniti della sigaretta scendono per farsi quei due tiri vitali, qualcuno già necessita del WC e scappa dritto filato in bagno mentre i ghiri rimangono avvolti nei loro giacchini, al caldo del pullman. Io e Luara scendiamo per vedere che fine hanno fatto le ragazze: eccole lì, a godersi i primi sprazzi di sole della stagione. L’aria è pungente ed il fiato si condensa, ma quel timido sole che si fa largo tra nuvoloni prepotenti scalda la pelle che è una bellezza. Ma non è abbastanza caldo da sciogliere la situazione: noi 4 stiamo lì, in mezzo al piazzale, fissandoci senza dire una parola (escludendo scontate considerazioni metereologiche). Il silenzio è duro da sostenere, ma riesce a comunicare messaggi che vanno oltre i suoni, messaggi che vanno oltre le diversità linguistiche. I mozziconi di sigaretta cadono i terra e vengono calpestati distrattamente: tutti risalgono sui rispettivi mezzi. Giunti al centro della città, il gruppo si frammenta dato che i polacchi conoscono già fin troppo bene i principali monumenti e non hanno voglia di seguire il breve tour turistico. Noi, invece, come tante formichine andiamo dietro alle guide, trascinando gli zaini carichi di stanchezza. Una foto di gruppo, un morso al panino ed anche il giro tra gli edifici nuovi della capitale si conclude. L’ultima tappa è un centro commerciale dove poter spendere gli ultimi zloty. Personalmente trovo che l’acquisto dei souvenirs sia abbastanza stressante, soprattutto quando si è in gruppo: si è già assillato dai propri acquisti (ma alla nonna piacerà questo soprammobile?) e bisogna sorbettarsi pure le spedizioni interminabili dei vai membri della comitiva. Alla fine, già pieno di buste fino al collo ti ricordi che non hai comprato niente di niente per quelli di casa tua: corri contro il tempo per acquistare qualche prodotto gastronomico tipico (almeno non c’è possibilità di errore) e, quando in borsa hai finalmente quel vasetto di marmellata di marca locale, ti senti realizzato e veramente pronto a partire. Ma -c’è sempre un ma- la tua amica si è persa il borsellino: ti senti responsabile perché lo aveva tirato fori per infilare i 5 zloty che tu le dovevi restituire. Altra corsa contro il tempo: raggiungo il punto d’ascolto del supermercato e spiego il problema ad un addetto alla vigilanza. Il tizio, che ovviamente non capisce un’H di inglese, fa una smorfia e si gira da un’altra parte; mi incavolo, mi rivolgo a lui ancora più gentilmente, integrando la richiesta con gesti di significato inequivocabile: costui, “al limite della sopportazione”, ti spara una risata idiota in faccia. Io lo mando palesemente a quel paese (tanto non mi capisce) e ritorno sui miei passi. Ma è possibile? Lavori in un centro commerciale Carrefour, in una capitale dell’unione europea, per di più al punto d’ascolto… e non spiccichi una sola parola di inglese?? Mica vivi su Plutone! Come si può! Basta, sono profondamente indignata: torniamo in autobus.
Gente, questo è l’ultimo trasbordo via terra in Polonia: l’aeroporto è in vista. Scendiamo tutti strisciando le valigie ed eccoci a fare il check-in. Di colpo arriva un tipo dell’aeroporto che ci intima di allontanarci. Col cavolo che mi tolgo, con tutto l’affollamento che c’è perdiamo la coda! Arriva un altro uomo, vistito con la stessa uniforme del primo e grida qualcosa che suonava come evacuatio. Il piccolo terminal sputa fuori tutti in breve tempo e ci ritroviamo ad attendere, parcheggiati sul marciapiede antistante l’edificio. Si diffonde la voce di un pacco bomba trovato sotto una sedia: accorrono pompieri e poliziotti con cani addestrati, le bimbe piangono. Tra la comitiva si diffonde una certa inquietudine. C’è chi continua a ripetere che quanto sta succedendo è segno di organizzazione e controllo, chi, invece, se ne frega delle rassicurazione e mugola in preda all’ansia. Come volevasi dimostrare era un semplice controllo: ritorniamo tutti all’interno dell’aeroporto e ci mettiamo in fila per procurarci la carta d’imbarco. Mi impiastrano le borse di etichette e mi danno quel pezzo di carta che mi riporterà in Italia.
Ora è VERAMENTE il momento dei saluti. Forza Ari, ce la fai. Mi giro verso Ewelina: sta trattenendo le lacrime, Ania cerca di farla riprendere. Mi volto Laura, ci scambiamo uno sguardo che sembra firmare un accordo: reciprocamente ci autorizziamo a piangere. Le lacrime fuoriescono copiose rigando i nostri volti: abbraccio Ewelina e rinnovo il mio invito per l’estate. I hate these moments. Remeber the Italian noisy girls! La corrente di viaggiatori mi costringe ad andare. Ciao, anzi Czesc, Good Bye o in qualsiasi altra lingua. Laura è più avanti, me la pianto di fare la parte della fontana. Rivedo Laura, l’armistizio viene meno, e piangiamo di nuovo. Ridiamo, ma è una risata rotta dal pianto: ci asciughiamo gli occhi, ma è inutile. Strana la vita, i viaggi ti mettono alla prova sul serio: io e Laura, dure ed impassibili, ci sciogliamo davanti agli occhi asciutti di coloro che sono sempre state deboli da questo punto di vista. Basta, il mio orgoglio fa bloccare il flusso salato, ma non riesce a farmi avanzare a testa alta: mi vergogno degli occhi rossi, c’è un sacco di gente intorno. Al metal detector c’è una donna robusta che abbaia ad una signora di togliersi le scarpe: la signora è veramente indignata, nonostante sia in torto poiché i suoi stivali sono dotati di punta metallica. Mando la mia valigia verso il suo destino ed io oltrepasso il rilevatore esibendo i documenti. Raggiungo Laura e diamo sfogo a quanto rimane, accompagnate dagli sghignazzi canzonatori di due tizi di Gubbio. Perché non ci capiscono??
 
In breve siamo di nuovo sull’aereo, ma stavolta i passeggeri sono tutti Italiani.  

Digitato da Daphne89
mercoledì, 04 aprile 2007 alle 23:02
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RicordiPolacchi - Capitolo 2

Diari di Podlachia - Parte III: Smacznego!
Addio cara e dolce pasta: non vedrò più le sinuosità di questi spaghetti, né potrò odorarne il piacevole profumo di basilico per una settimana intera. Suvvia, non morirò se mi asterrò dalla pastasciutta per qualche giorno! Del resto mi adatto bene: mi piace variare l’alimentazione e spizzicare un po’ di tutto. Insomma, non sono una di quelle schifignose che campano di cotoletta! Basta che mi tenete alla larga da cavolo&co e me ne starò come un Papa. 
E’ tempo di informarsi sulla gastronomia polacca! Uhm, vediamo… Internet si rivela davvero utile in questi casi. Involtini di cavolo, polpette di cavolo, cavolo lesso, cavolo cotto, insalata di cavolo, minestra di cavolo… CAVOLO! (stavolta nel senso di “Dacchio!”) Fra poco ci farciscono anche i cioccolatini! Non è possibile: cavolo ovunque! NOOOOOOOO: il mio urlo si propaga nello spazio siderale. Ok, mi sono calmata: mi devo preparare psicologicamente per quest’evenienza…. Magari è la volta buona che mi deciderò a mangiarlo: non tutti i mali vengono per nuocere, no? 
Tuttavia – come per gli altri pronostici sul viaggio in Polonia – quanto detto a proposito del tanto amato ortaggio si è rivelato errato. Non ho visto una foglia di cavolo neanche con il binocolo! 
Pensavo di tornare a casa dimagrita di 4 kg (il che non mi sarebbe dispiaciuto), ma invece è accaduto l’esatto opposto: i 4 kg, invece di andarsene, hanno fatto una bella mitosi ed ora si sono raddoppiati. Eh sì, ho mangiato come un “bove”, nonostante la mamma di Ewelina sostenesse il contrario (sempre apprensive queste mamme!!). In certi momenti mi sentivo così piena che il cibo mi usciva dalle orecchie, ma, rifiutando altre pietanze temevo di essere scortese, per cui… pancia mia fatti capanna! In Italy we say: “I’m full like an egg”. E giù a ridere con le ragazze di Bialystok.
Dal punto di vista alimentare, le abitudini polacche sono totalmente diverse dalle nostre. Innanzitutto non c’è un’ora precisa in cui tutta la famiglia sa di doversi ritrovare a tavola. Si mangia in ogni momento tanto che, per convenienza, il tavolo della cucina è perennemente allestito. Chi arriva si siede e si nutre. Alimento base, immancabile nel frigorifero di una buona famiglia polacca, è la margarina. Ma non vaschette da 200 g come siamo soliti utilizzare in Italia! Scatoloni 20x20x15 contenenti il grasso vegetale si fanno largo tra barattoli di marmellata e confezioni di formaggio. Forse si saranno offesi perché non ho mai intinto il mio coltello nella vaschetta, ma proprio non mi andava giù. Loro, invece, si impacciavano a foderare i loro panini con questo pseudo-burro, preparando un comodo letto per prosciutto o similari. Di solito, dopo aver fatto un’abbondante colazione alle 7 del mattino, godo di un’autonomia di circa 6 ore: sono in grado di arrivare all’una senza problemi si sorta.  E invece, già dalle 9 cominciavano a offrirti panini. No grazie, non ho fame: ho fatto colazione poco fa! Ma dai, almeno un sandwich! E che fai, dici di no? Non posso fare sempre la scoglionata… ok, accetto, grazie. Indovinate cosa c’è nel panino?? Un bel dito di margarina: Yuppi, tutto colesterolo per noi! Credevo di avere nostalgia della pasta, ma, in assoluto, ciò che mi è mancato di più è stata l’acqua naturale! Quando si va in pizzeria e tu ti azzardi ad ordinare una bottiglia di ferrarelle, anziché la classica coca cola, tutti ti guardano storto pensando cose tipo “Ma dove vivi!?”. Basta poco affinché tutti si riconvertano alla bevanda più sana e dissetante che esista. Giuro che sono stata meno tempo senza parlare italiano che senza bere acqua! Eppure, lì, in prossimità della Bielorussia, dovrebbe essere un bene diffuso. E lo è! Ma si è soliti bere altre cose: beveroni alla fragola, ai frutti di bosco (con tanto di bacche sul fondo della tazza), the bollente di ogni qualità, tisane, succhi al pompelmo. Persino alla mensa scolastica servono tisana ai frutti di bosco! Ed un giorno, dopo tanta astinenza, vediamo comparire un litro e m4ezzo di oro blu, portato verso di noi dal professore di inglese dei polacchi. Avete presente quando si getta un pezzo di pane in laghetto e tutte le trote si precipitano lì per accaparrarselo? Beh, la scena è stata molto, ma molto simile. Ma alla fine le brave trote italiane hanno condiviso fraternamente la reliquia avuta in dono: acqua fresca, limpida ed insapore!
Per il resto ho fatto un’ottima cura di the: io amo il the, ma non so quanto sia salutare per il sistema nervoso ingurgitare grossi quantitativi della suddetta bevanda!
Ed ora, dei sapori di quella terra, rimane solo una scatola di cioccolatini alla vaniglia:gli altri sono intrappolati nei miei ricordi.

 


 

Diari di Podlachia - Parte IV: Tutti pazzi per la pizza
Non poteva di certo mancare il classico: serata italiana. Scherzando e straconvintissime che ciò che stiamo dicendo non si verificherà mai e poi mai, io e Laura firmiamo la nostra condanna. Le polacche sono entusiaste dell’idea (che, ripeto, avevo buttato là in maniera giocosa): stasera mangeremo pizza italiana, impastata da 4 mani italiane seguendo la ricetta italiana. Ma le italiane, cosa ne pensano? Panico totale. Profondi sguardi abbattuti vengono scambiati tra le due ragazze in preda alla disperazione più nera. Ewelina e Ania cominciano a redigere la lista della spesa; ; noi, le italiane, cominciamo a parlottare nella nostra lingua natale (tanto per loro è un idioma incomprensibile), affinché si trovi una soluzione. “Oh, le sai le dosi precise?” “Ehm… no!” “Ottimo, ciò potrebbe costituire un’ottima giustificazione per saltare la figuraccia…” Comunichiamo il problema, ma la scusa non regge neanche due secondi. Internet, la rete universale, ci infligge il colpo di grazia: trovare una ricetta è più semplice che bere un bicchier d’acqua (ecco gli svantaggi del progresso…)
“Ari, ma tu sei capace?” “Beh,  me la cavo, ma a casa ho il Bimby e così mi risparmio la fatica di impastare! … Senti, come viene ce la mangiamo! Di figuracce ne abbiamo collezionate così tante!!!” Così la squadra tricolore si lancia a capofitto nella sfida.
Prima tappa: il supermercato.
Come diavolo si dice lievito in inglese? Boh, non lo so, né me lo sono mai domandato. Bene, utlizziamo una bella perifrasi per spiegare cosa ci serve ad Ewelina. Alla fine concordiamo che quella cosa di cui abbiamo bisogno è un microrganismo che fa crescere la pasta: “Drodze” afferma lei ed io, anche se non conosco il polacco, esulto! Sì, è lui, me lo sento! Via, andiamo al banco frigo, vogliamo un panetto di Drodze! Perfetto, possiamo spuntare la prima voce della lista; seconda cosa: mozzarella cheese. Rimaniamo al banco frigo e mi metto a cercare le mozzarelle. Eccole: è strano vedere che è disponibile una sola marca di questo formaggio fresco, così popolare a casa nostra. Ed subito comprendo il motivo dello scarso assortimento… Prendo 3 mozzarelle e mi giro raggiante verso i polacchi… ma il mio sorriso viene immediatamente demolito dal loro disappunto. Ops, cosa c’è che non va? Allora indicano le confezioni di mozzarella, meravigliati del fatto che contengano acqua. Ovvio che c’è acqua dentro! L’italiana sono io, cavolo, lo so io com’è una vera mozzarella. Il padre della polacca continua ad insistere che è meglio acquistare formaggi più collaudati, ma io mi impongo e, alla fine, li persuado. E’ la prima volta che  comprano queste strane buste piene d’acqua: la mozzarella l’hanno solo vista sulle pizze gommosissime dei fast food.
Ok, pomodori freschi, mozzarelle, lievito olive nere (anche qui ci sarebbe da scrivere una pagina): siamo pronte per sporcarci le mani di farina. Ma lo vogliamo veramente fare?? Oh sì, ormai la musica è partita e dobbiamo ballare!
Le polacche ci forniscono una specie di catino, dentro al quale dovremmo preparare l’impasto. Nel frattempo loro cominciano a tagliare la mozzarella: ridono come due pazze per via del formaggio che stanno sminuzzando. Io e Laura ci guardiamo perplesse: troppo sale? Poco drodze? Poi anche noi ci mettiamo a ridere come matte, ma per sdrammatizzare la situazione. Saremo responsabili dell’avvelenamento di 5 polacchi.
“Laura, ma ti rendi conto? Sono le 21, stiamo impastando la pizza in un catino per i panni a quasi 2000 km da casa!” E giù a ridere confidando in un miracolo: l’impasto non promette bene. Bene, è ora di metterla a lievitare; faccio una palla di pasta ed incido una croce sopra: è la mia benedizione. Dopo dieci minuti vado a controllare e, meraviglia, le nostre preghiere sono state ascoltate in cielo: la lievitazione è iniziata.
Dopo un’oretta trascorsa in compagnia dei Negramaro, Caparezza ed altri cantanti italiani (la serata consiste anche in questo), l’equipe si dirige in cucina: io spiano, Laura fa la stessa cosa. Con la fortuna sfacciata che abbiamo, troviamo pure una bottiglia di olio d’oliva (davvero inaspettata!). In poco tempo le due teglie sono pronte per essere infornate. I polacchi si fregano le mani e già sbavano; noi preghiamo ancora.
Il momento della verità non tarda ad arrivare:  la prima pizza è cotta. Prima figuraccia: non disponendo di carta forno abbiamo utilizzato dell’alluminio, che, simpaticamente, si è attaccato perfettamente alla pizza. NOOOOO! Per il resto la pizza è buona, siamo soddisfatte! Pancia mia fatti capanna… e mi blocco schifata per la visione che mi si prospetta davanti. I tre ragazzi hanno osato rovinare la nostra creazione con chili di maionese e ketchup. Sforniamo la seconda pizza, stesso problema con la carta. La si taglia in tanti pezzi quanti sono i commensali e diamo un ammonimento ai polacchi: non provate a rovinare questa con tutte quelle salse!! Loro ci pensano un nanosecondo, fanno le spallucce e spalmano un doppio strato d maionese sul loro pezzo di pizza. No, ingrati!! E si giustificano dicendo che a loro piace così, la pizza. Ma le italiane, quelle che sono cresciute a margherite e capricciose, siamo noi! Pazienza, parole al vento… lasciatemi almeno gustare il mio quadrato.

 

... continua

Digitato da Daphne89
martedì, 03 aprile 2007 alle 20:16
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