RicordiPolacchi - Capitolo 3
Diari di Podlachia - Parte V: Ultimi momenti
Sono quasi le 2 del mattino di venerdì 7 aprile 2006 e la sveglia suonerà tra poco più di tre ore. Solo una scema come me può starsene qui con gli occhi ancora spalancati a fissare la carta da parati colorata della camera di Ewelina. Ci sono molte cose interessati appese al muro: un calendario con una geisha, post-it con parole inglesi scarabocchiate su, foto di classe appese ad un filo per mezzo di mollette da bucato… wow, questo sì che è un attacco d’arte! Metterò l’idea nel trolley e la applicherò all’arredamento della mia stanza una volta ritornata a casa. Ho quasi finito di scandagliare quei pochi metri quadri, quando mi accorgo di una cosa che non avevo mai notato: incastonato in un reparto della libreria c’è un televisore. Poh! Si vede che non me ne frega un tubo di quello scatolone nero...
La giornata di oggi è stata così intensa! Tuttavia non sono stanca e non voglio dormire: sento la necessità di godermi appieno questa “vacanza”, se si può definire così. Potrei passare ore ed ore a spulciare le quattro pareti che mi circondano, ma temo di non apprezzare a fondo la visita della tanto decantata Warsawza. Gli innumerevoli pinguini che affollano le mensole o che stanno placidamente stravaccati sul piano della scrivania, mi guardano con aria nostalgica: tra poco dovrò salutare pure loro. E sarà tempo di lasciare anche quel pesciolino rosso che domenica mattina mi ha fatto venire un infarto: se ne stava immobile in prossimità dell’acqua. “Nooo!! E’ morto! Deficiente di un pesce, dovevi morire proprio ora che ci sono io in questa stanza?? Ora assoceranno il decesso alla mia presenza… gulp!!” Poi, quando mi presentai al cospetto della boccia di vetro per le esequie, notai con mio sommo piacere che ciò che avevo scambiato per morte non era altro che un eccesso di pigrizia. “Dannato pesce!”
Sette giorni fa mi stavo ponendo tante domande circa la famiglia e le persone che avrei trovato a Bialystok: ignoravo tutto quello che mi attendeva, compreso il battibecco con quel simpaticone del pesce. Ora che posso fornire tutte le risposte, sorge un altro interrogativo: “Rivedrò mai questa gente?” Non avrei mai creduto che in una settimana scarsa ci si potesse affezionare così tanto ad una persona.
E’ l’ultimo riposo tra queste lenzuola alla tedesca che mi hanno tenuta al calduccio durante i sonni della trasferta polacca. Ora che ci penso non ricordo sogni delle notti passate: sarà che mi sento già proiettata nell’irrealtà e non ho bisogno di illusioni notturne. E’davvero cincredibile come 6 soli passino velocemente lontano dalla monotonia de banchi di scuola. A dire il vero, il sole non lo abbiamo mai visto; questi giorni ho vissuto in un’altra dimensione: la coltre grigiastra di nuvole ci ha accompagnato per una settimana intera, facendoci perdere la cognizione del tempo: la stessa luce soffusa caratterizzava tutta la giornata, senza distinzione tra le ore mattutine e quelle del primo pomeriggio. Anche i pasti continui ed “indifferenziati” non mi hanno aiutato a scandire il tempo, ma le lancette non mentono affatto, nonostante speri che siano in errore: è proprio ora di preparare la valigia. Lo faccio ora o domani mattina? Uhm… via, comincio adesso, così sono più tranquilla.
Proprio non ho sonno: l’imminenza della partenza mi tiene gli occhi spalancati. Piangerò domani? Odio gli addii, ma non penso che darò sfogo alle lacrime: sono celebre per il mio cuore di pietra. Prenderò in mano i bagagli, mi congederò e mi comincerò a camminare verso l’Italia. Dissimulando tutte le emozioni: sì, penso che andrà proprio così.
Stasera al pub ho ordinato un piatto di patatine fritte con ketchup: che schifo, erano untuosissime. Però le ho mangiate con gusto… strano, io che non amo particolarmente la frittura. Strano anche che il mio debole e vulnerabile stomaco abbia sopportato tutto senza lamenti. Ops, ho parlato troppo presto: sento strani movimenti ciclonici in zona addominale… Via, non è colpa di quelle porcherie somiglianti a patate che ho mangiato al pub: è un altro tipo di dolore. Si tratta di una sensazione abbastanza familiare, è l’agitazione che mi gioca brutti tiri, mi ci gioco la testa.
Vabbè, vado in bagno, così convinco l’intestino che la partenza non è poi così tragica. Mi alzo con cautela, cercando di non far rumore: sarebbe poco educato far baccano nel cuore della notte. Entro in bagno, accendo al luce e mi ritrovo faccia a faccia con me stessa, riflessa nello specchio: sono sempre io, nonostante il viso un po’ segnato dalla stanchezza. Mi sorrido, ripromettendomi di raccontare per filo e per segno questa settimana, una volta tornata a casa. Mi sorrido, ma gli occhi esprimono ben altri sentimenti: loro non mentono mai. Ciao specchiera, è stato bello conoscerti, ciao doccia, mi hai offerto piacevoli momenti di relax (anche se l’acqua era un po’ fredda!). Torno in camera, altrimenti comincerei a salutare uno ad una tutte le confezioni di sapone, rischiando di diventare patetica.
Sul quadrante dell’orologio leggo un’ora indicibile e mi ordino di infilarmi sotto le coperte.
Buona notte Cielo e buonanotte anche a voi, stelle, sebbene non riesca a vedervi: ci rivediamo in Italia.
Yawn… sono le 5.45… sono le 6.00… eh? Che ora è?? Le 6? E’ tardissimo!! Proprio in quel mentre Ewelina fa capolino, preoccupata del fatto che i miei proverbiali anticipi si sono andati a far benedire. Fortunatamente il mio luggage è giù packed. Cavolo, riesco a parlare inglese in questo stati di semicatalessi! Mi levo malvolentieri, ultima capatina al bagno, raccatto i miei averi e vado a fare colazione… l’ultima seduta a quella tavola.
Parlo poco, non è difficile da notare. Tuttavia non sono l’unica a fissare sconvolta il “buzzo” della margarina. Tra 10 minuti arriva il taxi… no!... manca così poco! Ho appena il tempo necessario per prepararmi psicologicamente alla partenza che la vettura si apposta davanti casa. Il conducente carica nel portabagagli il trolley e lo zaino, in maniera ben più fredda di come aveva fatto il padre di Ewelina la sera del mio arrivo.
E’ giunto il momento di salutare la famiglia: smack di qua, smack di là… e ancora smack di qua! Non mi ero ancora resa conto che qui usa dare 3 baci! La prima prova è superata: non ho pianto! Mi congedo con l’augurio di rivederci, ma in realtà siamo tutti consapevoli della scarsa probabilità che ciò si verifichi.
Da dietro il finestrino freddo li saluto per l’ultima volta: mamma, babbo e Mateusz (buttato giù dal letto bruscamente) sono lì davanti a quel cancelletto rosso che mi ero abituata a varcare. Ne sedile posteriore con me c’è Ewelina, che dialoga allegramente in polacco con il tassinaro: ormai ci ho fatto l’orecchio, non mi scandalizza più quell’ammasso, per me incomprensibile, di s e z. Anche il tassista ha un’aria familiare… bah, sarà lo stesso che ci ha riaccompagnata a casa ieri sera. In 10 minuti scarsi si è arrivati a destinazione (contro i 40 necessari in autobus): i pullman che ci condurranno a Varsavia sono lì, pronti a succhiare sangue italiano. A scuola ci insegnano ad abbandonare ogni atteggiamento razzista, poi, davanti ad un centinaio di persone si consumo uno scempio xenofobo: gli italiani su un mezzo, i polacchi su un altro. Cavolo che ingiustizia! Potevo passare altre 3 ore in compagnia di Ania ed Ewelina. Pazienza dormirò un po’… zzz… la steppa, così piatta, concilia il sonno… zzz…
Dopo innumerevoli ed indefiniti km percorsi attraverso quella monotonia brulla, l’autobus sosta in un autogrill;: gli accaniti della sigaretta scendono per farsi quei due tiri vitali, qualcuno già necessita del WC e scappa dritto filato in bagno mentre i ghiri rimangono avvolti nei loro giacchini, al caldo del pullman. Io e Luara scendiamo per vedere che fine hanno fatto le ragazze: eccole lì, a godersi i primi sprazzi di sole della stagione. L’aria è pungente ed il fiato si condensa, ma quel timido sole che si fa largo tra nuvoloni prepotenti scalda la pelle che è una bellezza. Ma non è abbastanza caldo da sciogliere la situazione: noi 4 stiamo lì, in mezzo al piazzale, fissandoci senza dire una parola (escludendo scontate considerazioni metereologiche). Il silenzio è duro da sostenere, ma riesce a comunicare messaggi che vanno oltre i suoni, messaggi che vanno oltre le diversità linguistiche. I mozziconi di sigaretta cadono i terra e vengono calpestati distrattamente: tutti risalgono sui rispettivi mezzi. Giunti al centro della città, il gruppo si frammenta dato che i polacchi conoscono già fin troppo bene i principali monumenti e non hanno voglia di seguire il breve tour turistico. Noi, invece, come tante formichine andiamo dietro alle guide, trascinando gli zaini carichi di stanchezza. Una foto di gruppo, un morso al panino ed anche il giro tra gli edifici nuovi della capitale si conclude. L’ultima tappa è un centro commerciale dove poter spendere gli ultimi zloty. Personalmente trovo che l’acquisto dei souvenirs sia abbastanza stressante, soprattutto quando si è in gruppo: si è già assillato dai propri acquisti (ma alla nonna piacerà questo soprammobile?) e bisogna sorbettarsi pure le spedizioni interminabili dei vai membri della comitiva. Alla fine, già pieno di buste fino al collo ti ricordi che non hai comprato niente di niente per quelli di casa tua: corri contro il tempo per acquistare qualche prodotto gastronomico tipico (almeno non c’è possibilità di errore) e, quando in borsa hai finalmente quel vasetto di marmellata di marca locale, ti senti realizzato e veramente pronto a partire. Ma -c’è sempre un ma- la tua amica si è persa il borsellino: ti senti responsabile perché lo aveva tirato fori per infilare i 5 zloty che tu le dovevi restituire. Altra corsa contro il tempo: raggiungo il punto d’ascolto del supermercato e spiego il problema ad un addetto alla vigilanza. Il tizio, che ovviamente non capisce un’H di inglese, fa una smorfia e si gira da un’altra parte; mi incavolo, mi rivolgo a lui ancora più gentilmente, integrando la richiesta con gesti di significato inequivocabile: costui, “al limite della sopportazione”, ti spara una risata idiota in faccia. Io lo mando palesemente a quel paese (tanto non mi capisce) e ritorno sui miei passi. Ma è possibile? Lavori in un centro commerciale Carrefour, in una capitale dell’unione europea, per di più al punto d’ascolto… e non spiccichi una sola parola di inglese?? Mica vivi su Plutone! Come si può! Basta, sono profondamente indignata: torniamo in autobus.
Gente, questo è l’ultimo trasbordo via terra in Polonia: l’aeroporto è in vista. Scendiamo tutti strisciando le valigie ed eccoci a fare il check-in. Di colpo arriva un tipo dell’aeroporto che ci intima di allontanarci. Col cavolo che mi tolgo, con tutto l’affollamento che c’è perdiamo la coda! Arriva un altro uomo, vistito con la stessa uniforme del primo e grida qualcosa che suonava come evacuatio. Il piccolo terminal sputa fuori tutti in breve tempo e ci ritroviamo ad attendere, parcheggiati sul marciapiede antistante l’edificio. Si diffonde la voce di un pacco bomba trovato sotto una sedia: accorrono pompieri e poliziotti con cani addestrati, le bimbe piangono. Tra la comitiva si diffonde una certa inquietudine. C’è chi continua a ripetere che quanto sta succedendo è segno di organizzazione e controllo, chi, invece, se ne frega delle rassicurazione e mugola in preda all’ansia. Come volevasi dimostrare era un semplice controllo: ritorniamo tutti all’interno dell’aeroporto e ci mettiamo in fila per procurarci la carta d’imbarco. Mi impiastrano le borse di etichette e mi danno quel pezzo di carta che mi riporterà in Italia.
Ora è VERAMENTE il momento dei saluti. Forza Ari, ce la fai. Mi giro verso Ewelina: sta trattenendo le lacrime, Ania cerca di farla riprendere. Mi volto Laura, ci scambiamo uno sguardo che sembra firmare un accordo: reciprocamente ci autorizziamo a piangere. Le lacrime fuoriescono copiose rigando i nostri volti: abbraccio Ewelina e rinnovo il mio invito per l’estate. I hate these moments. Remeber the Italian noisy girls! La corrente di viaggiatori mi costringe ad andare. Ciao, anzi Czesc, Good Bye o in qualsiasi altra lingua. Laura è più avanti, me la pianto di fare la parte della fontana. Rivedo Laura, l’armistizio viene meno, e piangiamo di nuovo. Ridiamo, ma è una risata rotta dal pianto: ci asciughiamo gli occhi, ma è inutile. Strana la vita, i viaggi ti mettono alla prova sul serio: io e Laura, dure ed impassibili, ci sciogliamo davanti agli occhi asciutti di coloro che sono sempre state deboli da questo punto di vista. Basta, il mio orgoglio fa bloccare il flusso salato, ma non riesce a farmi avanzare a testa alta: mi vergogno degli occhi rossi, c’è un sacco di gente intorno. Al metal detector c’è una donna robusta che abbaia ad una signora di togliersi le scarpe: la signora è veramente indignata, nonostante sia in torto poiché i suoi stivali sono dotati di punta metallica. Mando la mia valigia verso il suo destino ed io oltrepasso il rilevatore esibendo i documenti. Raggiungo Laura e diamo sfogo a quanto rimane, accompagnate dagli sghignazzi canzonatori di due tizi di Gubbio. Perché non ci capiscono??
In breve siamo di nuovo sull’aereo, ma stavolta i passeggeri sono tutti Italiani.
Digitato da Daphne89
mercoledì, 04 aprile 2007 alle 23:02
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