It's hard to hold a Candle

It's hard to hold a Candle in the Cold November Rain.

 

Della fredda e battente pioggia novembrina, quella che ti risuona nel corpo, picchiettando instancabilmente sulle strade stanche, non ve n'è traccia, nonostante sia l'ultimo giorno del mese: i tempi sono cambiati, le serate sono ancora calde, malvagiamente miti e false. Tuttavia fatico enormemente per mantenere accesa la mia candela, la fiamma è così debole e tremula, sembra spegnersi da un momento all'altro.
La mia fiamma non si fa ingannare dal cielo e dai visi delle persone, perchè sì, anche loro, loro soprattutto, sono cambiate.
A dispetto delle apparenze illusorie, è comunque Novembre.

Ed è difficile tenere accesa una candela.

 

Digitato da Daphne89
giovedì, 30 novembre 2006 alle 23:50
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Looking at my three year old self

L'altalena andava su e giù, movimentando la quiete della grigia città con il suo cigolio. Vi era seduta una bambina, dallo sguardo limpido e dall'aspetto sereno, che indossava una camiciola leggera. L'aria le sferzava il volto, illuminando il sorriso innocente.

Osservavo quella creatura ed un'amara dolcezza mi riempiva l'anima. 

Poi la piccola scese dall'altalena, lasciandola oscillare, per correre incontro ad una sua coetanea,  da poco sopraggiunta. La bambina abbracciava l'altra, felice, senza falsità: una manifestazione d'affetto sincera, nessuna inutile parola accessoria; nonostante muta, quella scena emanava un messaggio così forte e commuovente, in grado di saturare la desolazione che regnava intorno. L'altalena aveva smesso di gemere: si sentiva solo un singhiozzo in lontananza.

Ed io ero lì, presente, e più guardavo quella scena, più avevo voglia di piangere.

Digitato da Daphne89
martedì, 28 novembre 2006 alle 23:20
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Tu che lingua parli?

In pochi giorni ho girato mezzo mondo, tutti viaggi avvenuti tra le 7 e le 7.30 di mattina, ovvero quel deltaT che intercorre tra i due suoni della sveglia. Il Canada, il Texas, il college situato in quell'arcipelago sperduto non sono stati che un piccolo assaggio. Martedì mattina sono in Polonia, e precisamente in un campo di pallavolo, come durante quella storica partita che vide noi italiane sprovvedute vincere due set a zero contro la delegazione polacca.

Non so come, ma poi mi ritrovo in un pulmino, di turisti provenienti da diverse nazioni -per lo più ragazzini di colore, presumibilmente americani- diretti in Italia. Approfittando della destinazione comune, scrocco il passaggio. A bordo intavolo conversazioni con gli altri, ovviamente in inglese. Per quanto mi sforzi di parlare correttamente la lingua di Elisabetta II, quelli non comprendono: anche stavolta, come nel caso di Kim, i miei interlocutori sembrano preferire l'italiano. Giunti in Italia, l'autobus fa tappa a Venezia. Tutti spiattellano il naso contro i finestrini per vedere San Marco; io, però, non intravedo un bel niente perché l'improvvisa intromissione di compagni di classe (e da dove escono fuori questi?) mi copre la visuale. In seguito il pullman fa rotta verso la punta dello stivale.

 

Ma gli spostamenti non finiscono qui. Giovedì mattina sogno di leggere, a casa di Elisabetta, un opuscolo raffigurante la Kaba, importato direttamente dall'Arabia dalla nonna della mia amica. Repentinamente, con i miei si decide di andare a dare un'occhiata in quella parte di mondo che non conosciamo affatto. 

Il vizio di partire senza preavviso devo dire che ce l'abbiamo: è una prerogativa della mia famiglia. Tuttavia, salvo slanci inattesi, non penso che visiterò presto quelle zone: non nutro una gran simpatia nei confronti del Medio Oriente. Né, stando alla situazione attuale,  reputo che sia una meta adatta per una tranquilla e pacifica vacanza autunnale.

Giusto il tempo di saltare una siepe (?? Non è una metafora) e ci troviamo a La Mecca. Scavalco una fila di islamici con tuniche e turbanti, seduti con le gambe incrociate vicino alla moschea. Ora che ci penso sembravano più Induisti che seguaci della dottrina di Maometto; neppure il luogo sembra arabo: somiglia vagamente a Campo dei Miracoli (??), con la piccola differenza che al posto del duomo si erge quella che dovrebbe essere una moschea. Nessun minareto nei dintorni. Il colore ed i decori dell'edificio (coerenti all'ambientazione del sogno) cozzano in maniera pazzesca con la facciata romanica. Entriamo dentro, dove non mi obbligano a indossare nessun velo o togliere le scarpe: ci sono alcuni fedeli, vestiti all’occidentale, seduti comodamente su banchi di legno orientati verso piccoli altari attaccati al muro. Sulle pareti della "navata" sono appesi arazzi e le colonne sono avvolte con tessuti di pregio. Raramente mi capita di avere percezioni tattili così forti nei sogni: quella stoffa era più liscia della seta. La visita continua e realizzo che, lateralmente, ci sono molte cappelline dove i devoti accendono candele (a chi? Non lo so proprio a questo punto!). Una volta fuori, indovinate chi incontro?? Elisabetta e la famiglia! Parliamo un po' e, congedandoci, ci diamo appuntamento per il sabato seguente in una discoteca di Sharm El Sheikh (anche in Egitto??). La storia termina così: la sveglia decide di buttarmi giù dal letto. Ricordo solo che alla fine dicevo di dover incontrare qualcuno, il sabato sera.



Daphne si trasferisce nuovamente a casa di Cassandra.
Dopo questo assurdo minestrone di città, stili architettonici, idiomi, culture e religioni, mi giunge la notizia di un possibile gemellaggio con studenti degli States, uno scambio di tre giorni, lampo, come la puntata in Québec, e con ragazzi americani, come quelli incontrati nel sogno sull'autobus di ritorno dalla Polonia (dove, ricordiamolo, sono stata lo scorso anno grazie ad una simile opportunità). Si tratterebbe di mettere in pratica le mie conoscenze in modo da comunicare, in modo da farmi capire.
Nei sogni però nessuno comprende la lingua che utilizzo e, nonostante mi impegni nel costruire discorsi sensati, sembra che gli altri si aspettino sempre suoni differenti.

Così continuo a viaggiare,
alla ricerca di qualcuno che parli la mia stessa lingua.

E la Realtà non si discosta poi tanto da quello che vivo durante il Sonno.

 

 

Mancano esattamente 5 mesi al mio diciottesimo compleanno, una settimana al giorno in cui la mia bocca sarà finalmente libera da ferraglie, 24 ore alla festa della Scuola.

E domani è sabato e si balla, anche se lo Ztl non è  una discoteca egiziana.

Digitato da Daphne89
sabato, 25 novembre 2006 alle 07:55
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Salvate Cenerentola

China sul pavimento, con le mani in un secchio d’acqua sporca, se ne stava una ragazza dai capelli biondi e dalle vesti sdrucite. Nonostante vivesse in una condizione assai misera, continuava imperterrita a lustrare quella pista da ballo, animata da un solo desiderio: poterci danzare. Cenerentola – così si chiamava- aveva tante possibilità di coronare il suo sogno quante ne può avere una vecchia Cinquecento di vincere un Gran Premio di Formula1: orfana, viveva con la matrigna e le due sorellastre, che le impartivano severi ordini. Di tanto in tanto il suo sguardo era rapito da una luce che da lontano rischiarava quella stanza grigia che la teneva prigioniera: la finestra, le rimaneva appena quel metro quadro di libertà. Se solo non ci fosse stato quel maledetto vetro a tenerla relegata all’interno...  Quando, ormai, anche il sole andava a riposarsi dietro le montagne, la fanciulla si addormentava, esausta, cullata dalla dolce speranza di incontrare qualcuno che l’avrebbe tirata fuori da quella polverosa esistenza.

Purtroppo Cenerentola continuava ad inseguire chimere in un tempo in cui la gente aveva smesso di farlo.

Credeva che la vanità e la stupidità delle sorellastre fossero qualcosa di raro, una determinazione di un casuale errore della natura… almeno così pensava la ragazza. Ma non immaginava, neanche lontanamente, che oltre quella finestra vivevano miriadi di Anastasie e Genoveffe.
E continuava, incrollabile, il suo lavoro: ogni singola piastrella doveva riflettere la luce del lampadario di cristallo che, magicamente, se ne stava sospeso sulla sala. Le bastava di chiudere gli occhi per vedersi piroettare su quella superficie marmorea. Che meraviglia! Quell’abito che indossava andava oltre l’ordinario. Dopo tanto tempo trascorso miseramente la sua immaginazione era ancora capace di trasformare una casacca consunta in un vestito così fine ed elegante. Le sembrava addirittura di udire un’orchestra in lontananza, anzi, quasi le pareva di vedere il violoncellista carezzare le corde del suo strumento con l’archetto di crine.

L’illusione è seducente, ma svanisce con lo scoppio sordo di una bolla di sapone.

La calda atmosfera che fino a poco prima invadeva la sala venne risucchiata via, lasciando la poltrona al grigiore che lì era solito regnare. Una luce, tuttavia,  era rimasta: la ragazza continuava a sudare per lucidare la pista da ballo, tentando di afferrare il suo sogno che le svolazza intorno come una farfalla dalle ali colorate.

 Ma al di sotto del castello aereo dove viveva Cenerentola nessuno rincorreva più farfalle: c’erano solo tanti scarafaggi che si nutrivano di ciò che la società aveva deciso di buttare tra la spazzatura.

La gente credeva di essersi arricchita immensamente: in effetti i portafogli traboccavano di carte filigranate, ma, al tempo stesso, gli animi si erano impoveriti ed essiccati. Finti maestri di vita, figli malati della modernità buttavano nella pattumiera qualsiasi tipo di valore. L’umanità non cresceva rigogliosa, ma secca, arida: il morbo stava contagiando tutti, senza distinzione di età, di sesso, di ceto. Si trasmetteva attraverso gli schermi dei televisori, i giornali, per radio, per via telematica. I più vulnerabili erano i bambini, piccoli ed indifesi: le scuola elementari erano popolate di mini adulti che non facevano più “oh” davanti a niente.  La modernità li aveva viziati ed ingannati: tutto  appariva  normale, ordinario e scontato. Bastava premere su “invio” per ottenere quello che si pretendeva. 
Le fiabe sono solo quisquilie scritte su fogli di carta per ammazzare il tempo durante un pomeriggio piovoso? Oppure c’è anche una morale dietro? Nell’era della disillusione tutto ciò non contava più: veniva ammassato nelle discariche. Pinocchio avrebbe potuto continuare a dire bugie, tanto nessuno non se ne sarebbe più scandalizzato: per dispetto il naso avrebbe smesso di crescergli. E che dire del Genio di Aladino? Si sarebbe rinchiuso eternamente nella lampada, affinché nessuno lo avesse tediato con i suoi vuoti desideri. Un tempo le favole erano dense di magia. Ma in quel periodo, se era rimasto qualcosa di magico, beh, era stato risucchiato da un videogioco di Harry Potter.
Le fiabe, indignate, stavano scomparendo: il castello di Cenerentola stava crollando, minato da forze esterne. Per di più quella finestra che costituiva l'unica via di evasione per la ragazza, era stata bloccata. Il suo sogno era ormai diventato un'utopia. 

Cenerentola stava soffocando tra la cenere.

Il morbo infuriava, assumendo in molti individui un carattere cronico: i giorni trascorrevano tutti uguali senza che le persone si rendessero conto di quante cose meravigliose accadevano intorno a loro. Sembrava che vivessero in una trance perpetua, attenti solo a soddisfare i bisogni corporei. Un profumo non riusciva ad evocare un ricordo, una visione non destava emozioni.

La state pugnalando.

Cenerentola sta morendo: salvatela.

Digitato da Daphne89
sabato, 18 novembre 2006 alle 15:57
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Voglia di Gridare
Box: sfoghi

Prendo in prestito dal signor Edward Munch la sua celebre tela, così da esprimere, in maniera concisa ma efficace, il mio attuale stato d'animo.
Davanti a tali scempi non posso che urlare.

I sound my barbaric YAWP over the roofs of the world.

Digitato da Daphne89
lunedì, 13 novembre 2006 alle 22:34
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Report

A distanza di mezz'ora, sto ancora ridendo. E quello che è poco  credibile è proprio il motivo di tanto sbellicamento: i consigli di classe. In 3 anni di tribunato della plebe non ho mai assistito ad una riunione più comica, lo giuro.
Arrivo poco dopo le 18, circa 5 minuti prima della convocazione dei rappresentanti. Trovo la Dionisi, Parboiled, la mia collega, il Fulb, il padre di Alessia e quello di Giò nell’atrio. La prof mi dà il benvenuto con un: “S’è accumulato un bel ritardo… quasi quasi ve vo a prende quattro problemi de chimica!” corredando l’affermazione, ovviamente, con una delle sue inconfondibili risate. La riunione del 3B non è ancora finita, per cui, messa l’anima in pace, si è intavolata un conversazione con i presenti circa le destinazioni sciistiche più papabili per la gita. Finalmente i rappresentanti del terzo escono ed il nostro consiglio comincia. Fulb, che fino quel momento se ne era stato appollaiato sul portaombrelli, si alza ed invece di dirigersi verso la sala insegnanti, prende la via della porta: “Vado a casa, tanto che ce sto a fa??” Parte delle nostre tasse sono impiegate per retribuire tali individui! Ah! Stavo per dimenticarmelo! Questa mattina il Fulb non era a scuola... e sapete perché?? Si è azzoppato! Stando a quanto mi dice la mia collega il tutto sarebbe successo per giocare a basket: e ci fa il prof di educazione fisica…
Mentre aspettiamo, la bidellina-tecnologica impartisce lezioni ai presenti circa la dura vita del genitore: cavolo, non posso che darle ragione! È un mito quella donna!
Dato che l’ora è tarda, i prof badano a sbrigarsi ed in breve tempo ci convocano. Ormai parlano di noi da più di tre anni, si saranno anche stufati.
Entriamo nell'aula incriminata e ...oh-oh, che privilegio! Tullia è presente e dirige la tavolata di docenti dal posto d’onore. Appena entriamo vuole sapere vita, morte e miracoli della delegazione del 4B: come ti chiami? Di chi sei figlia? Lei di chi è il genitore? Ah sì, ho insegnato al figlio maggiore quando ancora ero solo una professoressa! Et cetera. Ehi bella, salvaguardiamo un po’ la privacy!
Dopodichè la parola sarebbe dovuta passare alla nostra Roxy, che, tuttavia, essendo svociata, rimanda il compito alla benamata preside. “Questa è un’ottima classe e penso che ciò si noti dagli stessi tabelloni di fine anno. Ci sono elementi eccellenti  bla bla bla, alcuni meno brillanti bla bla bla, ma nel complesso non possiamo che ritenerci soddisfatti” Tutti annuiscono, chi più chi meno. Il padre di Giovanni chiede se ci sono ancora problemi con la matematica (rammentiamo, a questo proposito,  il sermone di un anno fa circa l’incompatibilità della classe con la materia!), ma anche Fiorucci rimarca un netto miglioramento con un sorrisone che va da un orecchio all’altro.
In seguito il signor Franceschini domanda ai nuovi insegnanti che idea si sono fatti della classe. Prima parla la And, che roteando come al suo solito gli occhi, dice di aver trovato studenti motivati e volenterosi (…). Peccato per latino scritto! Poi si intromette Cambiasso, che fino a poco prima si stava, giustamente, facendo gli affaracci suoi: “Buonasera, sono il professore di filosofia. Sì, è una buona classe: entro ed esco contento”, cosa tra l’altro ribadita da Paoletti: “Che classe! Pessima! Studiano troppo”. Su quest’ultima asserzione avrei da obiettare…
La conversazione procede (io, per vari motivi che non sto qui ad elencare, continuo a trattenere le risate che violentemente cercano di fare breccia) e gli argomenti toccati sono i seguenti: attività sportive alternative, laboratori pomeridiani, gita scolastica. Non approfondsco tutti i punti per evitare resoconti barbosi (tanto i diretti interessati sapranno ogni cosa domani mattina).
Passiamo al momento più esilarante. Tullia cambia tono e si rivolge ai genitori. Tutti i presenti si prefigurano quello che la preside sta per dire. Nessuno rimane deluso: il rimbrotto non tarda ad arrivare:  “Dovreste aver ricevuto delle lettere. Vi risulta?” Ed ecco toccata la questione “Eurochocolate”, diventata, ultimamente, una delle ragioni di esistenza di questo blog. Se non fosse per quella fantomatica missiva, probabilmente non avrei imbrattato tanto le pagine di questo sito. Ma torniamo a noi! Alla parola “lettera”, la tensione sale, il padre di Alessia risponde: “Sì, e profumava di cacao” . Nessuno riesce a trattenersi più, tutti ridono, la preside cerca di imporsi e farsi valere. “Ragazzi, non ci siamo…” Ed io: “Beh, siamo deboli di gola!”. La discussione va avanti: “Io, in qualità di dirigente scolastico, non posso approvare queste manifestazioni!” Ed intanto, dall’assemblea dei prof, ormai al culmine della sopportazione, si leva un coretto: “Fondente, nocciolata, gianduia!”. I prof parlottano tra loro, scambiandosi pareri circa le tavolette che hanno ricevuto in dono da noi alunni magnanimi e magnoni. Roxy, che era seduta vicino a me, mi dice in confidenza che persino da Petrini non ha trovato quella qualità di Novi: insomma, urge tornare ad Eurochocolate! Lo dicono tutti, tranne Tullia, che imperterrita continua ad esporre le sue critiche e a richiamare i genitori al loro primario compito di dittatori “Io non mi rivolgo direttamente agli studenti, ma ai familiari: sta a loro indirizzarli sulla giusta via”. Cara mia, dovresti sapere, per esperienza diretta, che l’adolescenza mina anche l’autorità del genitore meno democratico. E prosegue con la predica: “Quando la preside sente urla provenire dai piani superiori, si reca di persona a controllare cosa succede… poi scopre che in classe ci sono solo tre alunni…” Ed uno dei miticissimi prof esclama: “La prossima volta andateci tutti, così ci riportate più cioccolata!” Caos totale, la preside comprende che è il momento di sciogliere la seduta. Ci congediamo ed usciamo dall’aula accompagnati da “Fondente, gianduia, nocciolata, bianca!”. Ognuno prenota il gusto preferito, appoggiando chiaramente l’assenza di massa votata al pellegrinaggio gastronomico: c'è chi mangiucchia dolci, ma, al contempo, anche chi rosica sconfitte.
Sto ancora ridendo, è normale?

Digitato da Daphne89
venerdì, 10 novembre 2006 alle 20:21
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NoStop

Stanotte, o meglio, stamattina poco prima di svegliarmi ho fatto un sogno strano. Non sono nuova del mestiere, anzi, in materia di "sogni strani" avrei da scrivere fino a far lamentare il pager del blog.
Avevo deciso di andare a trovare la mia corrispondente canadese, che, tra l'altro, non sento da molto tempo. Così prendo il primo volo buono per Quebec city. Non avevo avvisato la ragazza, né tantomeno preparato uno straccio di valigia in previsione di fermarmi in Canada per una settimana. Ero partita con appena una felpa legata in vita.
In un'ora (!!!) arrivo a destinazione e ritrovo facilmente il domicilio della tipa. La vedo e mi avvicino; lei, all'inizio, colta di sorpresa, non mi riconosce, ma appena comincio a parlare in italiano capisce tutto. Si continua a parlare, rigorosamente nella mia lingua, come se fosse la cosa più scontata di questo mondo, come se fossimo amiche sul serio e non solo e-pals. Poi mi rendo conto che non ho una maglia pesante, non ho nemmeno un pigiama (che dettaglio!)! Così, altrettanto repentinamente, decido di tornare a casa: mi congedo da Kim (che forse era anche contenta di non avermi più tra i piedi), e ripercorro a ritroso la strada. Lo scenario esterno non somigliava affatto ad una metropoli: quattro case a margine di una palude, un aeroporto periferico. E la sera sono di nuovo in patria.
Il sogno continua a riprese: stavolta sono in macchina con i miei, sotto il sole texano. Dobbiamo coprire una distanza enorme in un intervallo di tempo limitato. Mio padre preme sul pedale dell'acceleratore e ci immettiamo in una larghissima autostrada americana. Molti altri automobilisti sfrecciano parallelamente a noi, impegnati nella stessa traversata coast to coast, nella stessa sfida contro il tempo.
Mi sveglio, spengo la sveglia e mi riaddormento di nuovo.
Ora mi trovo in una specie di collegio, situato in un arcipelago sperduto. Alloggio in un palazzo dai numerosi piani, ma la scuola che frequento con i miei amici si trova in un'altra isola, raggiungibile mediante un aereo-navetta. E volo, e corro per le scale, l'ascensore mi porta su e giù, poi scappo, mi trasferisco...

Digitato da Daphne89
giovedì, 09 novembre 2006 alle 19:42
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I soldi, chi se li intasca?

Non ci sono i fondi, ma intanto teniamo personale Ata fortemente incompetente ed inefficiente. Perché chiedere dunque contributi agli studenti per pagare le fotocopie, quando le bidelle sprecano ogni giorno mazzi di fogli A4 a causa del'incapacità nell'utilizzare una semplice  fotocopiatrice?
Non ci sono i fondi, ma qualche spicciolo per mandare inutili lettere a casa di ragazzi che hanno fatto un’assenza di gruppo esce sempre fuori. Per un’astensione collettiva (evento isolato, per di più in giorno in cui non erano previste verifiche) la preside si è venduta l’anima al diavolo, ma le assenze ripetute e le uscite anticipate volte solo a salvarsi la pelle dalle interrogazioni non vengono mai notate o punite. Ed intanto la scuola può permettersi di spendere tanti quattrini in francobolli, quando sarebbe molto più efficace, e meno svantaggioso, discuterne in sede di consiglio di classe. Evidentemente bisogna favorire le poste italiane mediante l’acquisto di pacchi di francobolli.
Non ci sono i fondi e non si riparano i termosifoni: il malcontento dilaga, le bidelle battono i denti e non puliscono, gli insegnanti si lamentano per l’inefficienza del personale, sottraendo tempo prezioso alle lezioni. Gli studenti colgono il pretesto per scioperare, azione che costerà loro un altro rimbrotto da parte della preside, ovviamente per via epistolare. E giù con le superflue spese postali.
Non ci sono i fondi, tuttavia si chiamano giornalisti professionisti per coordinare la rivista d'istituto, facilmente gestibile da una gruppo di adolescenti. Poi per stampare un numero di copie largamente sovrabbondante, si ricorre all'esosissima tipografia dietro l'angolo.
Non ci sono i fondi e si comanda che i ragazzi del laboratorio musicale eseguano solo 6 pezzi al concerto di Natale. Visto che il servizio non è retribuito, perché ridurre questo spazio riservato all’interazione tra gli studenti, la cui presenza è il fondamento dell’intera istituzione scolastica?
Ed ora, sempre perché pare che la scuola sia al verde, chiudono anche il laboratorio teatrale. Era una delle uniche attività serie pomeridiane che il liceo offriva all’utenza. Capisco che non era frequentato da molti alunni, ma in due anni ha sempre presentato un prodotto finale di qualità. La scuola, soprattutto nella persona della preside, dovrebbe incoraggiare queste manifestazioni di creatività libera ed intelligente.
Basta aderire a progetti solo per permettere a certi insegnanti di intascarsi un gruzzolo extra!
Bisogna valorizzare quelli validi dal punto di vista formativo.
 
Non ci sono i fondi, ma intanto la scuola i soldi dall' "alto" li continua a ricevere.
Mi domando: che fine fanno tutti questi dindi?
Abbasso il dispotismo oscurato.
Non ci sono i fondi?? Ed io mi ammutino, insorgo, metto la bomba.
Poi provassero a mandarmi un’altra lettera!

Digitato da Daphne89
lunedì, 06 novembre 2006 alle 23:01
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